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Punti scommesse: sì alla ritenuta d’acconto sulle provvigioni

L’Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società di scommesse, richiedendo oltre 336.000 euro per omesse ritenute. L’ufficio ha qualificato l’attività dei punti vendita affiliati (raccolta scommesse, ricariche e contratti) come procacciamento d’affari, con conseguente obbligo di applicare la ritenuta d’acconto sulle provvigioni ai sensi dell’art. 25-bis del d.P.R. 600/1973. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che l’attività dei punti vendita non si limita alla semplice ricarica di tessere, ma costituisce una vera intermediazione remunerata in percentuale sul fatturato. Di conseguenza, i compensi percepiti sono assimilabili a provvigioni e soggetti a ritenuta alla fonte. La società è stata condannata anche al pagamento delle spese di giudizio.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 17099 Anno 2026
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Pubblicato il 8 giugno 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Il caso dei punti scommesse e la ritenuta d’acconto sulle provvigioni

L’Amministrazione Finanziaria esercita controlli rigorosi sulle attività di intermediazione commerciale. Di recente, la Corte di Cassazione ha affrontato un caso cruciale riguardante la tassazione dei compensi dei punti vendita affiliati a una piattaforma di scommesse online. Al centro della disputa vi è l’obbligo di applicare la ritenuta d’acconto sulle provvigioni (la trattenuta fiscale effettuata alla fonte sul compenso dell’intermediario) per le attività di raccolta delle giocate. La decisione dei giudici chiarisce i confini dell’intermediazione e stabilisce regole precise per le società del settore dei giochi pubblici.

Come funziona l’attività dei punti vendita affiliati

La vicenda nasce da un controllo della Guardia di Finanza nei confronti di una società che gestisce scommesse online. L’Agenzia delle Entrate ha contestato alla società il mancato versamento delle ritenute fiscali sui compensi pagati ai propri punti vendita affiliati. Questi negozi non si limitavano a vendere ricariche telefoniche o carte prepagate. Essi facevano sottoscrivere contratti di gioco ai clienti, trasmettevano i dati alla società madre e gestivano i conti di gioco online. Per queste attività, i punti vendita ricevevano un compenso calcolato in percentuale sul volume delle scommesse raccolte. Secondo il fisco, questa attività rientra pienamente nel procacciamento d’affari o nella mediazione.

Quando scatta la ritenuta d’acconto sulle provvigioni per gli intermediari

La legge stabilisce che chi corrisponde provvigioni per prestazioni di agenzia, mediazione o procacciamento d’affari deve operare una trattenuta fiscale all’atto del pagamento. La società si è difesa sostenendo che i punti vendita svolgessero una semplice attività di ricarica e rivendita di tessere, non soggetta a tassazione alla fonte. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che la ritenuta d’acconto sulle provvigioni si applica a tutti i compensi che derivano da un’attività di intermediazione, indipendentemente dal nome formale dato al contratto. Se il compenso è calcolato in percentuale sul fatturato generato, esso ha la natura di provvigione.

Le motivazioni della Cassazione sulla ritenuta d’acconto sulle provvigioni

I giudici della Suprema Corte hanno rigettato le tesi della società con argomentazioni molto dettagliate. In primo luogo, la Corte ha confermato che l’attività dei punti vendita costituisce una mediazione atipica o unilaterale (un’intermediazione svolta su incarico di una sola parte). I negozianti, infatti, promuovono attivamente la conclusione di nuovi contratti di gioco per conto della società. In secondo luogo, la Cassazione ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento motivato attraverso il rinvio al verbale della Guardia di Finanza. Questo tipo di motivazione, definita “per relationem” (per riferimento), è valida se il contribuente conosce già il documento richiamato. Infine, la Corte ha ribadito che l’onere della prova è stato pienamente rispettato dall’ufficio tributario, poiché la natura delle prestazioni emergeva chiaramente dai contratti e dalle modalità operative concrete.

Le conclusioni sul ricorso della società di scommesse

La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso proposto dalla società in liquidazione. Questa decisione comporta la piena legittimità del recupero fiscale avviato dall’Agenzia delle Entrate. La società dovrà quindi pagare tutte le ritenute d’acconto non versate nel periodo d’imposta contestato, oltre agli interessi di legge. Inoltre, i giudici hanno condannato la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio in favore dell’Amministrazione Finanziaria, liquidate in 5.600 euro, e al versamento del doppio del contributo unificato. Questa sentenza lancia un messaggio chiaro a tutte le imprese del settore: i compensi degli affiliati legati al volume d’affari sono provvigioni a tutti gli effetti e richiedono sempre l’applicazione della ritenuta alla fonte.

I punti vendita di scommesse sono considerati procacciatori d’affari?
Sì, se la loro attività consiste nel far sottoscrivere contratti di gioco e raccogliere scommesse in cambio di un compenso in percentuale.

Quando si applica la ritenuta d’acconto sulle provvigioni?
La ritenuta si applica ogni volta che viene pagato un compenso per attività di intermediazione, agenzia, mediazione o procacciamento d’affari.

L’avviso di accertamento può richiamare solo il verbale della Guardia di Finanza?
Sì, la motivazione per riferimento è legittima se il contribuente ha già ricevuto e conosce il verbale richiamato dall’ufficio fiscale.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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