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Motivazione per relationem: quando il fisco perde in Cassazione

L’Agenzia delle Entrate ha emesso un accertamento tributario nei confronti di una società di persone e dei suoi soci, ricalcolando i redditi tramite metodo analitico-induttivo. I contribuenti hanno impugnato gli atti contestando l’uso degli studi di settore e l’illegittimo recupero di alcuni costi d’esercizio. La Commissione Tributaria Regionale ha rigettato l’appello confermando la decisione di primo grado con una generica motivazione che si limitava a richiamare la prima sentenza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei contribuenti, sancendo che la motivazione per relationem utilizzata dal giudice d’appello è nulla se non illustra le critiche del contribuente e le ragioni del loro rigetto. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 13909 Anno 2022
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Pubblicato il 30 giugno 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Il fisco, la motivazione per relationem e l’obbligo di chiarezza

La trasparenza e la correttezza devono sempre guidare il rapporto tra lo Stato e i cittadini, specialmente in ambito fiscale. Quando il giudice tributario d’appello decide su una controversia, non può limitarsi a dare ragione al fisco copiando la decisione precedente. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato questo tema, stabilendo che la motivazione per relationem (il rinvio a un altro atto senza spiegazioni autonome) rende nulla la sentenza se non illustra i motivi del rigetto dei motivi di appello proposti dal contribuente.

La vicenda: la contabilità contestata e il recupero dei costi

L’Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a una società di persone attiva nel settore del commercio di calzature e abbigliamento. L’ufficio finanziario ha contestato un maggior reddito imponibile ai fini Iva e Irap, estendendo poi l’accertamento anche ai singoli soci per i loro redditi di partecipazione. Il fisco ha applicato il metodo analitico-induttivo, ritenendo inattendibile la contabilità aziendale. Tra le anomalie riscontrate vi era una gestione del magazzino ritenuta confusa, con merci classificate in modo generico e senza l’adozione dei metodi di valutazione previsti dalla legge.

Oltre alla ricostruzione dei ricavi, l’amministrazione finanziaria ha recuperato a tassazione alcuni costi d’esercizio considerati indeducibili. La società e i soci hanno impugnato gli avvisi di accertamento davanti alla Commissione Tributaria Provinciale, che ha rigettato il ricorso. I contribuenti hanno quindi proposto appello, contestando specificamente il recupero dei costi e l’uso dei parametri degli studi di settore. La Commissione Tributaria Regionale ha però respinto l’appello con una decisione estremamente sintetica, limitandosi a dichiarare di condividere la pronuncia di primo grado.

Quando la motivazione per relationem diventa un vizio insanabile

I contribuenti si sono rivolti alla Corte di Cassazione per ottenere l’annullamento della decisione d’appello. Il punto centrale del ricorso ha riguardato la totale mancanza di motivazione della sentenza di secondo grado in merito al recupero dei costi d’esercizio. Il giudice d’appello si era infatti limitato a scrivere che i giudici di primo grado avevano deciso legittimamente e motivatamente, senza spiegare in alcun modo il percorso logico seguito e senza esaminare le contestazioni mosse dai contribuenti.

La Suprema Corte ha ricordato che la motivazione per relationem è ammissibile solo a determinate condizioni. Il giudice non può semplicemente dichiarare di essere d’accordo con la sentenza precedente. Egli deve riassumere le censure sollevate dall’appellante e spiegare le ragioni giuridiche per cui ritiene di disattenderle. Se manca questa ricostruzione minima, la sentenza d’appello è nulla perché impedisce di comprendere il reale fondamento della decisione e lede il diritto di difesa del cittadino.

Le motivazioni della decisione sull’accertamento dei costi

I giudici di legittimità hanno accolto le doglianze dei contribuenti relative alla carenza motivazionale sui costi d’esercizio. La Cassazione ha chiarito che la sentenza d’appello era totalmente priva dell’illustrazione delle censure mosse dalla società e delle considerazioni necessarie per disattenderle. Il semplice rimando acritico alla pronuncia di primo grado ha reso impossibile individuare la reale motivazione del rigetto.

Al contrario, la Corte ha rigettato i motivi di ricorso riguardanti l’uso del metodo analitico-induttivo e degli studi di settore. I giudici hanno confermato che la contabilità della società era effettivamente inattendibile, data la mancanza delle scritture ausiliarie di magazzino e la bizzarra suddivisione delle merci. In queste circostanze, il fisco era pienamente legittimato a ricostruire il reddito basandosi anche sui parametri degli studi di settore, adattati al caso concreto. Tuttavia, l’errore procedurale del giudice d’appello sulla valutazione dei costi ha travolto l’intera decisione.

Le conclusioni della Cassazione e l’annullamento della sentenza

La Corte di Cassazione ha accolto il motivo di ricorso relativo al difetto di motivazione sui costi d’esercizio, dichiarando assorbita la questione delle sanzioni e rigettando gli altri motivi. Di conseguenza, i giudici hanno cassato la sentenza impugnata e hanno rinviato la causa alla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, in diversa composizione.

Il giudice del rinvio dovrà ora celebrare un nuovo processo. Durante questo giudizio, il nuovo collegio dovrà esaminare nel merito le contestazioni dei contribuenti sui costi d’esercizio e fornire una motivazione adeguata e autonoma, rispettando i principi di diritto indicati dalla Suprema Corte e decidendo anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Cosa si intende per motivazione per relationem in una sentenza tributaria?
Si tratta di una tecnica con cui il giudice spiega la propria decisione richiamando semplicemente il contenuto di un altro atto o di una sentenza precedente, senza formulare argomentazioni autonome.

Quando la motivazione per relationem è considerata illegittima?
È illegittima e rende nulla la sentenza quando il giudice si limita a un rinvio generico senza illustrare le critiche sollevate dal contribuente nell’appello e senza spiegare perché ha deciso di respingerle.

Quali sono state le conseguenze della decisione della Cassazione in questo caso?
La Suprema Corte ha annullato la sentenza d’appello e ha ordinato un nuovo processo davanti a una diversa sezione del giudice tributario regionale, che dovrà valutare correttamente i costi d’esercizio contestati.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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