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Motivazione per relationem: no al copia-incolla tra sentenze

La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di una corte tributaria che aveva dato ragione ad alcuni soci di un’azienda coinvolta in una ‘frode carosello’. La corte inferiore aveva giustificato la sua decisione con una motivazione per relationem, cioè limitandosi a richiamare un’altra sua sentenza favorevole alla società, senza però analizzarla criticamente né riportarne i passaggi chiave. Secondo la Cassazione, questo modo di procedere è illegittimo. Un giudice non può fare un semplice ‘copia-incolla’ logico, ma deve sempre fornire una valutazione autonoma e specifica, consentendo di capire le ragioni della sua decisione. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 12661 Anno 2026
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Pubblicato il 20 maggio 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Una sentenza non può essere un ‘copia-incolla’

La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso cruciale sulla validità della motivazione per relationem nelle sentenze tributarie. Questa espressione latina indica la possibilità per un giudice di motivare la propria decisione facendo riferimento a un altro atto o a un’altra sentenza. La Corte ha stabilito un principio chiaro: il semplice rinvio a un’altra decisione, senza un’analisi critica e autonoma, non è sufficiente a rendere una sentenza valida. Questo significa che i giudici non possono limitarsi a un ‘copia-incolla’ logico, ma devono sempre spiegare in modo specifico perché quella decisione richiamata si applica al caso che stanno giudicando.

I fatti: una frode fiscale e gli avvisi ai soci

La vicenda nasce da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di alcuni soci di una società in accomandita semplice. L’Agenzia contestava un maggior reddito di partecipazione derivante da operazioni commerciali ritenute fittizie. In particolare, la società aveva acquistato autovetture da un’altra azienda, risultata essere una ‘società cartiera’. Quest’ultima era parte di un complesso meccanismo di frode fiscale noto come ‘frode carosello’, finalizzato a evadere l’IVA sull’importazione di veicoli dall’Unione Europea. Di conseguenza, l’Agenzia delle Entrate aveva recuperato a tassazione i costi indebitamente dedotti dalla società e, per trasparenza, aveva attribuito il maggior reddito ai singoli soci in base alle loro quote di partecipazione.

La decisione della Corte Tributaria e il ricorso in Cassazione

I soci avevano impugnato gli avvisi di accertamento. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado aveva dato loro ragione. Tuttavia, la sua motivazione era estremamente sintetica. I giudici si erano limitati a richiamare un’altra loro sentenza, emessa lo stesso giorno, con cui avevano annullato l’accertamento principale notificato alla società. In pratica, avevano affermato: ‘Dato che abbiamo annullato l’atto presupposto (quello verso la società), annulliamo anche questi atti conseguenti (quelli verso i soci)’. L’Agenzia delle Entrate ha ritenuto questa motivazione insufficiente e ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, lamentando che i giudici non avevano esaminato nel merito le sue argomentazioni e si erano limitati a un rinvio acritico.

Il principio sulla motivazione per relationem

La Cassazione ha dato ragione all’Agenzia delle Entrate, ribadendo un principio fondamentale del nostro ordinamento. La motivazione per relationem è ammessa, ma a condizioni molto precise. Il giudice che la utilizza deve dimostrare di aver preso visione dell’atto o della sentenza richiamata e di averne fatto oggetto di una valutazione critica e autonoma. Non basta dire ‘mi richiamo a quella decisione’. È necessario che la sentenza riporti i passaggi salienti del documento richiamato e spieghi come e perché tali passaggi siano pertinenti e risolutivi per il caso specifico. In assenza di questo esame critico, la motivazione diventa apparente e la sentenza è nulla, perché non permette di comprendere l’iter logico-giuridico seguito dal giudice.

Le motivazioni della Cassazione: perché il rinvio non era valido

Nel caso specifico, la Corte di Cassazione ha osservato che i giudici tributari si erano limitati a un richiamo generico e acritico alla sentenza emessa nei confronti della società. Non avevano indicato gli estremi della sentenza richiamata, non ne avevano riportato i passaggi motivazionali essenziali e, soprattutto, non avevano analizzato questi passaggi alla luce delle specifiche difese presentate dall’Agenzia delle Entrate. Questo comportamento ha impedito di ricostruire la ratio decidendi (la ragione della decisione), violando il diritto della parte soccombente a comprendere le ragioni della sconfitta e il dovere costituzionale del giudice di motivare i propri provvedimenti. La motivazione per relationem si era così trasformata in una motivazione inesistente.

Le conclusioni: la causa torna al giudice di merito

In conclusione, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate. Ha ‘cassato’ (cioè annullato) le sentenze della Corte di Giustizia Tributaria e ha rinviato la causa allo stesso organo giudiziario, ma in diversa composizione, per un nuovo esame. Il nuovo collegio dovrà riesaminare il caso, tenendo conto del principio di diritto affermato dalla Cassazione. Dovrà quindi fornire una motivazione completa e autonoma, che analizzi nel dettaglio le questionari e non si limiti a un semplice rinvio. La vittoria, in questa fase, è per l’Agenzia delle Entrate, che ottiene una nuova valutazione della vicenda.

Un giudice può motivare una sentenza semplicemente richiamando un’altra decisione?
No, non può farlo in modo acritico. La legge ammette la motivazione ‘per relationem’ solo se il giudice dimostra di aver analizzato l’atto richiamato, ne riporta i punti salienti e spiega perché si applicano al caso specifico.

Cosa succede se una sentenza ha una motivazione solo apparente?
Una sentenza con una motivazione apparente, che non permette di comprendere il ragionamento del giudice, è considerata nulla. Può essere impugnata davanti alla Corte di Cassazione e, se il vizio viene riconosciuto, viene annullata.

Cosa significa in pratica ‘cassare con rinvio’?
Significa che la Corte di Cassazione annulla la decisione del giudice precedente e ordina un nuovo processo davanti a un altro giudice dello stesso grado. Questo nuovo giudice dovrà decidere nuovamente la causa, rispettando il principio legale stabilito dalla Cassazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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