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Esenzione IMU enti non commerciali: no se l’immobile è affittato

Un ente di edilizia residenziale pubblica ha chiesto il rimborso dell’IMU, sostenendo di avere diritto all’esenzione IMU enti non commerciali per i suoi immobili. La richiesta è stata negata perché gli alloggi erano affittati a terzi e non utilizzati direttamente dall’ente. Durante il processo in Cassazione, l’ente ha rinunciato al ricorso a seguito di nuove sentenze sfavorevoli su casi simili. La Corte ha quindi dichiarato estinto il giudizio, stabilendo che il requisito dell’uso diretto è inderogabile per l’esenzione. A causa del mutato orientamento giurisprudenziale, le spese legali sono state compensate tra le parti.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 5577 Anno 2023
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Pubblicato il 25 aprile 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Esenzione IMU e affitto: quando un ente non commerciale deve pagare

La questione dell’esenzione IMU enti non commerciali è un tema complesso che tocca da vicino molte realtà del terzo settore e degli enti pubblici. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: per non pagare l’imposta, non basta svolgere un’attività meritevole. L’immobile deve essere utilizzato direttamente dall’ente per i suoi scopi istituzionali. Vediamo cosa è successo in un caso specifico che chiarisce definitivamente questo punto.

La vicenda: un ente di edilizia pubblica contro il Comune

Un’Agenzia Territoriale per la casa, proprietaria di numerosi immobili destinati a edilizia residenziale pubblica, ha richiesto a un Comune il rimborso dell’IMU versata per l’anno 2012. L’ente sosteneva di aver diritto all’esenzione fiscale in quanto ente non commerciale che persegue finalità di interesse pubblico. Gli immobili in questione, infatti, erano affittati a canone sociale a famiglie bisognose.

Il Comune, tuttavia, ha respinto la richiesta di rimborso. Secondo l’amministrazione locale, la legge richiede un requisito essenziale per l’esenzione: l’utilizzo diretto dell’immobile da parte dell’ente proprietario. Poiché l’Agenzia affittava gli alloggi a terzi, seppur per scopi sociali, questo requisito non era soddisfatto. La questione è così finita davanti ai giudici tributari.

Il requisito dell’uso diretto per l’esenzione IMU enti non commerciali

Il cuore del problema legale ruota attorno all’interpretazione della norma sull’esenzione IMU. La legge stabilisce che gli immobili posseduti da enti non commerciali sono esenti dall’imposta a condizione che siano destinati esclusivamente allo svolgimento di attività istituzionali con modalità non commerciali. La giurisprudenza ha progressivamente chiarito che questa condizione implica un ‘utilizzo diretto’ del bene.

Questo significa che l’ente proprietario deve essere lo stesso soggetto che, all’interno dell’immobile, svolge materialmente l’attività meritevole (assistenziale, sanitaria, culturale, ecc.). Se l’immobile viene concesso in locazione a un altro soggetto, anche se quest’ultimo svolge un’attività sociale, il legame diretto si interrompe e l’esenzione non si applica più.

La rinuncia al ricorso in Cassazione

Mentre la causa era pendente davanti alla Corte di Cassazione, altre sentenze su casi analoghi hanno iniziato a consolidare un orientamento molto restrittivo. I giudici hanno confermato in più occasioni che l’affitto a terzi, anche a canone calmierato, costituisce un’attività economicamente rilevante che esclude l’esenzione IMU enti non commerciali.

Preso atto di questo nuovo e solido indirizzo giurisprudenziale, l’Agenzia per la casa ha capito che le sue possibilità di vittoria erano ormai nulle. Per questo motivo, ha deciso di rinunciare al ricorso, ponendo di fatto fine al contenzioso.

Le motivazioni: l’uso diretto è un paletto invalicabile

La Corte di Cassazione, nel dichiarare l’estinzione del processo, ha implicitamente confermato il principio alla base della rinuncia. Per ottenere l’esenzione IMU enti non commerciali, sono necessari due requisiti cumulativi: uno soggettivo (la natura non commerciale dell’ente) e uno oggettivo (l’utilizzo diretto dell’immobile per attività istituzionali non commerciali). La locazione, essendo un contratto che genera un reddito, fa venir meno il requisito oggettivo, anche se il fine ultimo è sociale. La Corte ha inoltre deciso di compensare le spese legali. Ha ritenuto che la rinuncia dell’ente fosse giustificata dal recente consolidarsi di un orientamento giurisprudenziale sfavorevole, una circostanza eccezionale che giustificava la deroga alla regola generale che impone al rinunciante di pagare le spese.

Le conclusioni: chi affitta paga l’IMU

L’esito della vicenda è chiaro: l’ente di edilizia pubblica non ha ottenuto il rimborso dell’IMU e la sua pretesa è stata respinta. Il principio sancito è che la concessione in affitto di un immobile è incompatibile con l’esenzione IMU per gli enti non commerciali. La finalità sociale dell’attività di locazione non è sufficiente a superare il requisito normativo dell’utilizzo diretto e non commerciale del bene da parte del suo proprietario. Questa interpretazione rigorosa impone a tutti gli enti di valutare attentamente la gestione del proprio patrimonio immobiliare per non incorrere in accertamenti fiscali.

Un ente non profit che affitta i suoi immobili paga l’IMU?
Sì, secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, l’ente paga l’IMU. Per ottenere l’esenzione, l’ente deve utilizzare direttamente l’immobile per le proprie attività istituzionali e non può darlo in locazione a terzi.

Cosa si intende per ‘utilizzo diretto’ ai fini dell’esenzione IMU?
Significa che l’ente proprietario deve essere lo stesso soggetto che materialmente svolge nell’immobile l’attività non commerciale prevista dalla legge (es. assistenza, sanità, istruzione), senza cederne il godimento ad altri.

Perché in questo caso le spese legali sono state compensate?
Le spese sono state compensate perché l’ente ha rinunciato al ricorso a causa di un nuovo e consolidato orientamento della Cassazione, formatosi mentre la causa era in corso. I giudici hanno ritenuto questa una circostanza eccezionale che giustificava di non addebitare i costi alla parte che si ritirava.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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