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Costi di sponsorizzazione: quando l’accordo col fisco non basta

L’Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società, disconoscendo i costi di sponsorizzazione ritenuti fittizi, nonostante un precedente accertamento con adesione. La Cassazione ha chiarito che l’accordo con il fisco non impedisce un nuovo accertamento se emergono elementi sopravvenuti, come indagini bancarie su terzi. Tuttavia, la Corte ha accolto parzialmente il ricorso della società: i giudici di merito hanno errato nel negare in blocco la deducibilità dei costi senza distinguere tra operazioni oggettivamente inesistenti (mai avvenute) e soggettivamente inesistenti (avvenute ma con soggetti diversi). Per queste ultime, infatti, i costi di sponsorizzazione restano deducibili se rispettano i requisiti generali di inerenza e non sono legati a reati. La sentenza è stata cassata con rinvio.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 12490 Anno 2022
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Pubblicato il 21 luglio 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Costi di sponsorizzazione e accertamento fiscale: il caso

La gestione dei costi di sponsorizzazione rappresenta da sempre un terreno scivoloso per le imprese, spesso esposto ai severi controlli dell’amministrazione finanziaria. Nel caso in esame, L’Azienda ha ricevuto un avviso di accertamento con cui l’Agenzia delle Entrate ha disconosciuto la deducibilità di alcune spese promozionali. L’ufficio tributario considerava tali esborsi, transitati attraverso un intermediario, come operazioni fittizie volte a far rientrare denaro in nero nelle casse societarie. L’Azienda si è difesa eccependo l’esistenza di un precedente accertamento con adesione (un accordo transattivo con il fisco) che, a suo dire, avrebbe dovuto precludere qualsiasi ulteriore rettifica da parte dell’ufficio.

Quando il fisco può riaprire le indagini dopo un accordo

Un punto centrale della controversia riguarda l’efficacia preclusiva dell’accertamento con adesione. L’Azienda sosteneva che, una volta firmato l’accordo con il fisco, l’amministrazione non potesse emettere un nuovo avviso basandosi sugli stessi costi di sponsorizzazione. La Suprema Corte ha smentito questa tesi. I giudici hanno chiarito che l’accordo non impedisce al fisco di esercitare una nuova azione accertatrice qualora sopravvenga la conoscenza di nuovi elementi. Nel caso specifico, i nuovi elementi erano rappresentati da indagini bancarie svolte sui conti correnti dell’intermediario. Queste verifiche, non disponibili al momento del primo accordo, hanno svelato flussi finanziari anomali che giustificavano la riapertura del caso.

La distinzione tra operazioni fittizie e reali

La vera svolta della pronuncia risiede nella qualificazione giuridica delle operazioni contestate. L’amministrazione finanziaria aveva negato in blocco la deducibilità dei costi, considerandoli indistintamente inesistenti. La giurisprudenza distingue nettamente tra operazioni oggettivamente inesistenti (servizi mai prestati o beni mai consegnati) e operazioni soggettivamente inesistenti (servizi realmente prestati, ma da un soggetto diverso da quello che emette la fattura). Questa distinzione ha un impatto enorme sul piano fiscale, poiché i costi relativi a operazioni soggettivamente inesistenti possono essere dedotti dal reddito d’impresa, a patto che rispettino i requisiti generali di inerenza e non siano direttamente collegati a un delitto non colposo.

Le motivazioni della decisione sui costi di sponsorizzazione

Le motivazioni della decisione sui costi di sponsorizzazione si concentrano proprio sull’errore commesso dai giudici di merito. La Commissione Tributaria Regionale ha rigettato l’appello dell’Azienda applicando una indeducibilità automatica a tutte le somme contestate. La Cassazione ha censurato questo approccio, evidenziando come la legge imponga di verificare la reale natura dell’operazione. Se i servizi di promozione sono stati effettivamente eseguiti, anche se tramite un intermediario fittizio, i relativi costi di sponsorizzazione non possono essere negati automaticamente. Il fisco e i giudici avrebbero dovuto separare la quota di costi riferibile a prestazioni mai avvenute da quella relativa a prestazioni reali ma fatturate da un soggetto interposto.

Le conclusioni sul diritto alla deducibilità

Le conclusioni sul diritto alla deducibilità tracciano una linea di tutela fondamentale per i contribuenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Azienda limitatamente alla mancata distinzione tra le diverse tipologie di inesistenza delle operazioni. Di conseguenza, la sentenza d’appello è stata cassata con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale in diversa composizione. Il giudice del rinvio dovrà ora riesaminare l’intera documentazione contabile e distinguere accuratamente i costi. Solo le spese per prestazioni totalmente inventate resteranno indeducibili, mentre quelle effettivamente sostenute per la promozione del marchio dovranno essere riconosciute come deducibili, salvaguardando il diritto dell’Azienda a non subire una tassazione sproporzionata.

Un accertamento con adesione impedisce al fisco di effettuare nuovi controlli?
No, l’accordo con il fisco non impedisce una nuova azione accertatrice se l’amministrazione finanziaria viene a conoscenza di nuovi elementi di prova precedentemente sconosciuti.

Qual è la differenza tra operazioni oggettivamente e soggettivamente inesistenti?
Le operazioni oggettivamente inesistenti non sono mai state eseguite, mentre quelle soggettivamente inesistenti sono reali ma compiute da un soggetto diverso da quello che ha emesso la fattura.

I costi di sponsorizzazione per operazioni soggettivamente inesistenti sono deducibili?
Sì, i costi relativi a operazioni realmente effettuate ma con soggetti diversi sono deducibili se rispettano i requisiti di inerenza e non sono legati a reati non colposi.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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