Scommesse senza licenza: l’imposta si paga comunque
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale per il settore del gioco: l’obbligo di pagare le tasse sulle scommesse raccolte in Italia esiste anche per chi opera senza la necessaria autorizzazione statale. La vicenda chiarisce la portata dell’imposta unica scommesse senza concessione, confermando che l’attività di raccolta del gioco, anche se illecita per la mancanza di titoli, produce comunque un reddito tassabile per lo Stato.
I fatti del caso
La controversia nasce da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. I destinatari erano un noto bookmaker con sede a Malta e una società italiana che operava come suo centro di trasmissione dati (CTD). L’Agenzia contestava loro il mancato pagamento dell’imposta unica sulle scommesse per l’anno 2016.
Secondo l’Amministrazione finanziaria, le due società svolgevano l’attività di raccolta scommesse in Italia senza possedere né la concessione statale né l’autorizzazione di pubblica sicurezza. Di conseguenza, l’Agenzia ha applicato l’imposta calcolando la base imponibile in via induttiva. In pratica, non potendo basarsi su dati certi, ha utilizzato un criterio forfettario previsto dalla legge per i soggetti irregolari: il triplo della media della raccolta registrata nella provincia di riferimento.
La difesa delle società e i motivi del ricorso
Le società hanno impugnato l’atto, sostenendo diverse tesi difensive. In primo luogo, hanno affermato di essere state discriminate, in quanto escluse illegittimamente dal sistema delle concessioni italiano. Questa esclusione, a loro dire, rendeva ingiusta l’applicazione di un regime fiscale pensato per gli operatori irregolari.
Inoltre, hanno contestato il metodo di calcolo forfettario, ritenendolo sproporzionato e non più applicabile alla luce di successive modifiche normative. Hanno invocato i principi europei di libertà di prestazione dei servizi, sostenendo che la tassazione rappresentava un ostacolo ingiustificato alla loro attività. In sintesi, la loro posizione era che, essendo state discriminate nell’accesso al mercato, non potevano essere tassate come operatori illeciti.
Il principio dell’imposta unica scommesse senza concessione
La Corte di Cassazione ha respinto tutte le argomentazioni delle società, basandosi su un orientamento ormai consolidato. I giudici hanno chiarito che l’imposta unica sulle scommesse non è una sanzione, ma un tributo che colpisce la capacità economica derivante dall’attività di gioco.
Il presupposto per l’applicazione della tassa è semplice: la raccolta di scommesse sul territorio italiano. Questo principio vale per tutti, a prescindere dal fatto che l’operatore sia autorizzato o meno. La legge, infatti, stabilisce che è soggetto passivo ‘chiunque’, anche per conto di terzi e privo di titolo, gestisca scommesse. La nazionalità o la sede estera del bookmaker sono irrilevanti. Inoltre, la Corte ha confermato la responsabilità solidale: sia il centro di trasmissione dati (gestore) sia il bookmaker estero sono tenuti al pagamento dell’intera imposta.
Le motivazioni: perché il ricorso è stato respinto
La Corte ha ritenuto i motivi del ricorso ‘manifestamente infondati’. Non esiste alcuna discriminazione fiscale, perché l’imposta unica scommesse senza concessione colpisce indistintamente tutti gli operatori che raccolgono gioco in Italia. Anzi, non tassare gli operatori privi di licenza creerebbe una disparità di trattamento a danno di quelli regolari.
Anche il criterio di calcolo forfettario è stato giudicato legittimo. Questa modalità si applica proprio perché gli operatori non autorizzati non sono collegati al ‘totalizzatore nazionale’, lo strumento che permette al Fisco di monitorare la raccolta effettiva. L’uso di un criterio presuntivo è quindi una conseguenza diretta della loro scelta di operare al di fuori del sistema legale. La Corte ha concluso che le norme invocate dalle società non avevano abrogato questo specifico regime per gli operatori non regolarizzati.
Le conclusioni: chi vince e cosa succede
L’esito finale è una vittoria per l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle società. Di conseguenza, il bookmaker e il suo centro di trasmissione dati sono stati condannati a pagare l’imposta accertata, oltre a interessi e sanzioni. A questo si aggiunge la condanna al pagamento delle spese processuali sostenute dall’Agenzia per difendersi nel giudizio di legittimità. La sentenza conferma che l’esercizio di un’attività economica in Italia comporta sempre obblighi fiscali, anche quando tale attività è svolta senza le necessarie autorizzazioni.
Chi deve pagare la tassa sulle scommesse se non ha la licenza?
Sono responsabili per il pagamento sia il centro scommesse fisico che opera sul territorio, sia la società di scommesse (bookmaker) per cui raccoglie il gioco, anche se ha sede all’estero. La legge li considera obbligati in solido.
Un bookmaker con sede all’estero deve pagare le tasse in Italia?
Sì, se raccoglie scommesse da giocatori che si trovano sul territorio italiano, è tenuto a pagare l’imposta unica, indipendentemente da dove si trovi la sua sede legale.
Perché la tassa è stata calcolata in modo forfettario e non sul guadagno reale?
Poiché l’operatore non era autorizzato e quindi non collegato al sistema di controllo telematico dello Stato, l’Agenzia fiscale non poteva conoscere i dati reali della raccolta. La legge prevede in questi casi un calcolo presuntivo basato sulla media provinciale.