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Ammortamento dei beni in affitto: la società vince, fisco battuto

L’Agenzia delle Entrate ha contestato a una società proprietaria di un centro commerciale la deduzione delle quote di ammortamento per i rami d’azienda affittati ai negozianti. Secondo il fisco, l’addebito delle spese di manutenzione delle parti comuni trasferiva l’obbligo di conservazione agli affittuari. La Corte di Cassazione ha rigettato questa tesi, confermando la legittimità dell’ammortamento dei beni in affitto in capo alla società concedente. Le parti possono infatti derogare all’obbligo di conservazione tramite accordo contrattuale. La Suprema Corte ha accolto solo il ricorso relativo all’errata quantificazione del rimborso delle spese legali (fissato erroneamente al 145% anziché al limite del 15%), rinviando la causa al giudice di merito esclusivamente per ricalcolare tale importo. Di fatto, la società vince sulla questione fiscale principale.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 19129 Anno 2026
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Pubblicato il 20 luglio 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Ammortamento dei beni in affitto: il caso del centro commerciale

La gestione fiscale dei grandi complessi commerciali solleva spesso accese controversie tra contribuenti e fisco. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza sulla corretta applicazione dell’ammortamento dei beni in affitto, risolvendo una disputa tra l’Agenzia delle Entrate e una società proprietaria di una nota galleria commerciale. L’amministrazione finanziaria aveva emesso avvisi di accertamento contestando l’indebita deduzione di quote di ammortamento relative ai rami d’azienda concessi in godimento ai singoli negozianti. Secondo la tesi del fisco, il diritto alla deduzione spettava esclusivamente agli affittuari dei negozi. Questa interpretazione si basava sul fatto che la società proprietaria riaddebitava ai commercianti le spese di manutenzione e gestione delle aree comuni del centro. L’Agenzia delle Entrate riteneva che tale riaddebito trasferisse automaticamente sugli affittuari l’obbligo di conservare l’efficienza dei beni, escludendo così il proprietario dal beneficio fiscale e contestando violazioni delle imposte sui redditi societari.

La distinzione tra spese di gestione e conservazione dell’efficienza

La società proprietaria ha impugnato gli accertamenti evidenziando un errore fondamentale nell’analisi del fisco. Esiste infatti una netta differenza tra le spese necessarie al funzionamento quotidiano del centro commerciale e gli oneri per la conservazione del valore economico dei beni. I contratti di affitto prevedevano che i negozianti pagassero solo i costi di gestione ordinaria, come la pulizia, la vigilanza, il servizio antincendio e la manutenzione delle parti comuni. Al contrario, l’obbligo di mantenere l’efficienza strutturale dei rami d’azienda e di contrastare il deperimento dei beni restava interamente a carico della società concedente. I giudici tributari di primo e secondo grado hanno accolto le ragioni della contribuente. Essi hanno chiarito che gli affittuari non potevano beneficiare di deduzioni fiscali per costi strutturali che non avevano mai effettivamente sostenuto, evitando così una ingiusta doppia imposizione.

Le motivazioni della Cassazione sull’ammortamento dei beni in affitto

La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando i motivi di ricorso presentati dall’Agenzia delle Entrate. I giudici di legittimità hanno ricordato che la legge civile impone all’affittuario l’obbligo di conservare l’efficienza dei beni aziendali per tutelare il proprietario. Tuttavia, la normativa fiscale consente espressamente alle parti di inserire una deroga contrattuale a questa regola. Se il contratto stabilisce che il proprietario mantiene l’obbligo di conservazione, la titolarità del diritto di deduzione non si trasferisce all’affittuario. Nel caso esaminato, le clausole contrattuali esoneravano chiaramente i commercianti dalle spese dirette a contrastare il logorio dei rami d’azienda. Il semplice riaddebito pro-quota dei servizi comuni non incide sull’integrità del compendio aziendale. Di conseguenza, la società proprietaria conserva il pieno diritto a dedurre l’ammortamento dei beni in affitto, poiché sopporta il reale rischio economico del loro deperimento e della perdita di valore dei cespiti.

Le conclusioni della Suprema Corte e l’esito finale

La Cassazione ha rigettato la tesi del fisco sulla questione principale dell’ammortamento dei beni in affitto, confermando la legittimità del comportamento della società. La Corte ha invece accolto l’ultimo motivo di ricorso dell’Agenzia delle Entrate, che riguardava un aspetto puramente procedurale. Il giudice di secondo grado aveva infatti condannato l’amministrazione finanziaria a rimborsare le spese legali applicando una percentuale forfettaria del 145%. La legge professionale forense stabilisce invece che il rimborso delle spese generali non può superare il limite del 15% delle competenze totali. Per questo motivo, la Suprema Corte ha cassato la sentenza limitatamente alla quantificazione delle spese di giudizio. La causa torna ora alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Lombardia, che dovrà ricalcolare l’importo corretto del rimborso spettante alla società. Dal punto di vista pratico, la società ottiene una vittoria quasi totale, vedendosi confermato il diritto alle importanti deduzioni fiscali contestate, mentre l’Agenzia ottiene solo una riduzione sulle spese di lite.

A chi spetta l’ammortamento dei beni in caso di affitto d’azienda?
In via ordinaria l’ammortamento spetta all’affittuario che ha l’obbligo di conservare l’efficienza dei beni, ma le parti possono stabilire contrattualmente che tale diritto rimanga in capo al proprietario.

Il riaddebito delle spese di manutenzione delle parti comuni sposta il diritto all’ammortamento?
No, il semplice riaddebito delle spese di gestione e pulizia delle aree comuni non equivale al trasferimento dell’obbligo di conservazione strutturale dell’azienda.

Qual è il limite massimo per il rimborso delle spese legali forfettarie?
La legge professionale forense fissa al quindici per cento delle competenze totali il limite massimo per il rimborso delle spese generali spettanti all’avvocato.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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