Aliquota agevolata fondazioni: la prova dell’attività non-profit è cruciale
L’applicazione dell’aliquota agevolata per le fondazioni bancarie è un tema complesso, che dipende strettamente dalla capacità dell’ente di dimostrare la natura prevalente delle sue attività istituzionali. Con l’ordinanza n. 33107 del 28 novembre 2023, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su questo argomento, ribadendo principi fondamentali in materia di onere della prova e valutazione delle attività svolte. La decisione sottolinea come la semplice detenzione di una partecipazione di controllo in un istituto di credito ponga una presunzione di attività commerciale, che solo una prova rigorosa e concreta può superare.
I Fatti del Caso: Una Lunga Disputa Fiscale
La vicenda giudiziaria trae origine da un avviso di accertamento notificato dall’Amministrazione Finanziaria a una fondazione bancaria. L’ente, nella propria dichiarazione dei redditi per l’esercizio 1992-1993, aveva applicato l’aliquota IRPEG ridotta del 18%, sostenendo di svolgere attività no-profit. L’Amministrazione Finanziaria, al contrario, contestava tale agevolazione, applicando l’aliquota piena del 36% e irrogando sanzioni, ritenendo che l’attività principale della fondazione consistesse nella gestione della sua partecipazione di controllo nella banca conferitaria.
Il contenzioso ha attraversato vari gradi di giudizio, giungendo una prima volta in Cassazione. In quella sede, la Corte aveva annullato la decisione del giudice d’appello, rinviando la causa e specificando che la fondazione avrebbe dovuto fornire la prova concreta della prevalenza delle sue attività di pubblica utilità rispetto a quella di gestione della partecipazione. Nonostante ciò, il giudice del rinvio accoglieva nuovamente le ragioni della fondazione, basandosi su documenti formali come il bilancio e lo statuto. L’Amministrazione Finanziaria ha quindi proposto un nuovo ricorso per cassazione, lamentando la violazione dei principi di diritto enunciati dalla Suprema Corte.
La Decisione della Corte: l’Aliquota Agevolata Fondazioni e la Prova
La Corte di Cassazione, con la pronuncia in esame, ha accolto il ricorso dell’Amministrazione Finanziaria. Il punto centrale della decisione è il mancato rispetto, da parte del giudice del rinvio, dei criteri indicati nella precedente sentenza. La Corte ha evidenziato come il giudice di merito si sia limitato a un’analisi superficiale e formale, senza procedere a quell’accertamento concreto e sostanziale richiesto.
La pronuncia ribadisce che la detenzione di una partecipazione di controllo in una banca fa sorgere una presunzione di esercizio di impresa. Per ottenere l’aliquota agevolata, le fondazioni devono superare questa presunzione fornendo una prova rigorosa, positiva e dettagliata che la loro attività prevalente o esclusiva sia di natura sociale e culturale, e non la mera gestione del pacchetto azionario. La decisione del giudice del rinvio è stata quindi cassata perché basata su una motivazione apparente, che si fondava su un generico “atto di fede” nelle dichiarazioni degli amministratori senza un’analisi concreta dei flussi finanziari e delle attività effettivamente realizzate.
Le Motivazioni della Sentenza
Le motivazioni della Suprema Corte si fondano su consolidati principi giuridici in materia tributaria. Innanzitutto, viene richiamato il principio dell’onere della prova, sancito dall’art. 2697 del codice civile. Chi invoca un’agevolazione fiscale ha il dovere di dimostrare di possederne tutti i requisiti. Nel caso delle fondazioni bancarie, questo si traduce nella necessità di provare che l’attività di gestione della partecipazione è meramente strumentale alla raccolta di risorse da destinare a scopi di pubblica utilità (ricerca, istruzione, arte, sanità).
In secondo luogo, la Corte ha specificato la natura della prova richiesta. Non sono sufficienti documenti generici come lo statuto, che enuncia le finalità istituzionali, o il bilancio, che riporta dati aggregati. È indispensabile fornire elementi concreti, quali estratti dei libri contabili o certificazioni del collegio sindacale o dei revisori, che dimostrino in modo analitico:
- Le specifiche attività di utilità sociale svolte.
- Gli importi esatti destinati a ciascuna finalità.
- La prevalenza, in termini quantitativi e qualitativi, di queste attività rispetto a quella di gestione e indirizzo della banca partecipata.
La Corte ha censurato la decisione impugnata proprio per aver omesso questa analisi dettagliata, non chiarendo né quali fossero le attività svolte, né il loro ammontare complessivo, rendendo impossibile esprimere un fondato giudizio di prevalenza.
Conclusioni: Cosa Significa per le Fondazioni?
L’ordinanza n. 33107/2023 rappresenta un importante monito per le fondazioni bancarie e, in generale, per tutti gli enti che beneficiano di regimi fiscali di favore. La decisione consolida un orientamento giurisprudenziale rigoroso, che non si accontenta di dichiarazioni di intenti o di documentazione formale. Per poter legittimamente usufruire dell’aliquota agevolata, una fondazione deve essere in grado di documentare in modo trasparente e inconfutabile la propria operatività no-profit.
Ciò implica la necessità di adottare sistemi di contabilità e rendicontazione che permettano di tracciare con precisione l’impiego delle risorse e di quantificare l’impatto delle attività istituzionali. Solo attraverso una prova solida e dettagliata è possibile superare la presunzione di commercialità legata alla gestione di partecipazioni bancarie e vedersi riconosciuto il diritto a un trattamento fiscale più favorevole.
Una fondazione bancaria ha automaticamente diritto all’aliquota fiscale agevolata?
No. Esiste una presunzione che l’attività di gestione di una partecipazione di controllo in una banca sia un’attività d’impresa. Per beneficiare dell’aliquota agevolata, la fondazione deve dimostrare che la sua attività di promozione sociale e culturale è prevalente o esclusiva rispetto a quella di gestione della partecipazione.
Quale tipo di prova deve fornire una fondazione per ottenere l’agevolazione fiscale?
La fondazione deve fornire la prova positiva e concreta dell’attività effettivamente svolta. Non sono sufficienti documenti formali come lo statuto, il bilancio o le relazioni degli amministratori. È necessario produrre prove specifiche, come estratti dei libri contabili o idonee certificazioni di organi terzi, che dimostrino nel dettaglio le attività non-profit, gli impieghi dei fondi e la loro prevalenza.
Cosa succede se un giudice d’appello non segue le indicazioni della Corte di Cassazione dopo un rinvio?
La sua decisione viene nuovamente annullata. Come avvenuto nel caso di specie, la Suprema Corte cassa la decisione del giudice di merito se quest’ultimo non si attiene ai principi di diritto stabiliti nella precedente sentenza di rinvio, omettendo di compiere gli accertamenti in fatto e in diritto richiesti.