Violazione Prescrizioni: Quando il Controllo Fuori Orario Costa Caro
L’ordinanza in esame della Corte di Cassazione affronta un caso di violazione prescrizioni da parte di un soggetto sottoposto a misure restrittive, chiarendo i limiti del ricorso in sede di legittimità. La decisione sottolinea come la presenza ingiustificata in un luogo e in un orario non autorizzati costituisca una prova sufficiente per confermare la condanna, rendendo inammissibile un appello che si limiti a contestare la ricostruzione dei fatti già accertata dai giudici di merito.
I Fatti di Causa
Un individuo, già condannato in primo grado e in appello alla pena di un anno e due mesi di reclusione, proponeva ricorso per Cassazione. Il reato contestato era la violazione delle prescrizioni imposte da una misura di prevenzione, come previsto dall’art. 75, comma 2, del D.Lgs. 159/2011 (Codice Antimafia).
Nello specifico, il soggetto era stato autorizzato a lasciare il proprio comune di residenza, Penne, per recarsi presso il Servizio per le Dipendenze (SE.R.D.) di Pescara. Tuttavia, l’autorizzazione era strettamente limitata: valeva solo nei giorni feriali, dal lunedì al venerdì, e nella fascia oraria compresa tra le 8:00 e le 13:00.
Il controllo che ha dato origine al procedimento penale è avvenuto in circostanze ben diverse. L’uomo è stato fermato dalla Polizia di Stato a Pescara alle ore 15:50, mentre si trovava su una pista ciclabile. Sia l’orario che il luogo erano palesemente al di fuori di quanto consentito dall’autorizzazione.
Le Doglianze del Ricorrente
Il ricorso presentato alla Corte di Cassazione si articolava in tre punti, con i quali si chiedeva un completo riesame della vicenda processuale. La difesa sosteneva che la Corte d’Appello avesse errato nel configurare il reato, non valutando adeguatamente le circostanze specifiche. In sostanza, si tentava di offrire una ricostruzione alternativa dei fatti che potesse giustificare la presenza dell’imputato in quel luogo e a quell’ora.
La Decisione della Corte: La Violazione Prescrizioni e i Limiti del Giudizio di Legittimità
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rigettando completamente le argomentazioni della difesa. La decisione si fonda su due pilastri fondamentali: la chiarezza delle prove e la natura del giudizio di Cassazione.
La Corte ha evidenziato come le verifiche effettuate nell’immediatezza dei fatti dalla Questura di Pescara fossero “univocamente orientate in senso sfavorevole” all’imputato. L’orario (15:50) e il luogo (una pista ciclabile) erano “oggettivamente incompatibili” con una qualsiasi ricostruzione alternativa e, soprattutto, con i limiti dell’autorizzazione concessa (recarsi al SE.R.D. entro le 13:00).
Le motivazioni
Le motivazioni della Corte sono radicate in un principio cardine del nostro ordinamento processuale: la Corte di Cassazione è un giudice di legittimità, non di merito. Questo significa che il suo compito non è quello di ricostruire i fatti o di valutare nuovamente le prove, attività che spettano ai tribunali di primo e secondo grado. La Cassazione interviene solo per verificare che i giudici di merito abbiano applicato correttamente la legge e abbiano motivato la loro decisione in modo logico e coerente con le emergenze probatorie.
Nel caso di specie, il ricorso non denunciava vizi di legge o difetti di motivazione, ma chiedeva, di fatto, una terza valutazione nel merito della vicenda. La Corte ha ritenuto che la decisione della Corte d’Appello fosse pienamente rispettosa delle regole della logica e delle prove raccolte. Pertanto, ogni tentativo di rimettere in discussione l’accertamento fattuale è stato considerato inammissibile.
Conclusioni
La pronuncia conferma un orientamento consolidato: il mancato rispetto degli orari e dei luoghi previsti dalle prescrizioni di una misura di prevenzione integra il reato previsto dal Codice Antimafia. Quando le circostanze di tempo e di luogo sono oggettivamente e inequivocabilmente diverse da quelle autorizzate, la prova della violazione è raggiunta. La conseguenza processuale per chi tenta di appellarsi alla Cassazione chiedendo un semplice riesame dei fatti è la declaratoria di inammissibilità del ricorso, con la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
Quando la violazione delle prescrizioni imposte da una misura di prevenzione costituisce reato?
La violazione costituisce reato quando il soggetto sottoposto a misura viene controllato in un orario e in un luogo oggettivamente incompatibili con le autorizzazioni ricevute, come dimostrato nel caso di specie, dove l’individuo si trovava in un posto non autorizzato quasi tre ore dopo il termine massimo consentito.
È possibile chiedere alla Corte di Cassazione di riesaminare i fatti di un processo?
No, non è possibile. La Corte di Cassazione è un giudice di legittimità, il cui compito è verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione delle sentenze precedenti, non di riesaminare le prove o ricostruire i fatti, attività che spetta esclusivamente ai giudici di primo e secondo grado.
Quali sono le conseguenze di un ricorso dichiarato inammissibile dalla Corte di Cassazione?
Quando un ricorso viene dichiarato inammissibile, la sentenza impugnata diventa definitiva. Inoltre, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro in favore della Cassa delle ammende, che nel caso specifico è stata fissata in tremila euro.