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Truffa aggravata: sequestro dell’intero profitto

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21108/2023, ha confermato un sequestro preventivo di 300.000 euro per il reato di truffa aggravata finalizzata all’ottenimento di erogazioni pubbliche. La Corte ha stabilito che il profitto del reato, sequestrabile anche al concorrente, è l’intero importo del finanziamento illecitamente ottenuto e non solo la sua provvigione. Inoltre, ha chiarito la distinzione tra il reato di cui all’art. 640-bis c.p., che richiede un’induzione in errore, e l’ipotesi residuale dell’art. 316-ter c.p.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 21108 Anno 2023
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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Truffa Aggravata per Erogazioni Pubbliche: Il Sequestro Riguarda l’Intero Finanziamento

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 21108/2023) offre chiarimenti fondamentali in materia di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Il caso analizzato riguarda un sequestro preventivo di 300.000 euro, e la decisione della Suprema Corte stabilisce principi cruciali sulla quantificazione del profitto del reato e sulla corretta qualificazione giuridica dei fatti, distinguendola da fattispecie meno gravi.

I Fatti del Caso: Una Richiesta di Finanziamento da 300.000 Euro

Il Tribunale della Libertà di Napoli aveva confermato un decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. nei confronti di un soggetto. Il sequestro, per un valore di 300.000 euro, era stato disposto in relazione al reato di truffa aggravata finalizzata all’ottenimento di erogazioni pubbliche, come previsto dall’art. 640-bis del codice penale.

L’indagato, tramite il suo difensore, ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la legittimità del provvedimento sulla base di tre argomentazioni principali.

I Motivi del Ricorso: Tre Punti Chiave della Difesa

La difesa dell’imputato ha sollevato tre questioni giuridiche per contestare l’ordinanza:

  1. Erronea applicazione della legge penale: Si sosteneva che la condotta dovesse essere inquadrata nel reato meno grave di cui all’art. 316-ter c.p. (indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato) e non nella truffa aggravata. La difesa argomentava che l’indagato aveva agito come un semplice procacciatore d’affari, senza poteri di verifica, e che la normativa emergenziale (D.L. 23/2020) non imponeva all’ente erogatore particolari controlli, escludendo così l’induzione in errore.
  2. Violazione del ne bis in idem: Un precedente provvedimento di sequestro era stato annullato. La difesa riteneva che il nuovo sequestro, basato sulla stessa documentazione, costituisse una mera rivalutazione dei medesimi elementi, violando il principio che vieta un secondo giudizio sullo stesso fatto.
  3. Errata quantificazione del profitto: Si contestava che il profitto del reato dovesse essere limitato alle sole provvigioni percepite dall’indagato e non esteso all’intero importo del finanziamento ottenuto.

L’Analisi della Corte di Cassazione sulla Truffa Aggravata

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendolo infondato in ogni suo punto e fornendo importanti delucidazioni.

Distinzione Cruciale: Art. 640-bis vs. Art. 316-ter c.p.

La Corte ha ribadito la differenza sostanziale tra la truffa aggravata (art. 640-bis c.p.) e l’indebita percezione (art. 316-ter c.p.). Quest’ultima è una norma residuale, che si applica solo quando non ricorrono gli elementi della truffa. La truffa si configura quando, attraverso “artifizi e raggiri” (come la presentazione di documentazione falsa), si induce in errore l’ente pubblico, portandolo a compiere un atto di disposizione patrimoniale che altrimenti non avrebbe compiuto. Nel caso di specie, l’erogazione del finanziamento di 300.000 euro non era un atto automatico, ma il risultato di un’istruttoria in cui l’ente erogatore è stato ingannato dalle false attestazioni. Pertanto, la qualificazione giuridica come truffa aggravata è stata ritenuta corretta.

Il Principio del “Ne Bis in Idem” e il Ruolo delle Nuove Indagini

La Corte ha respinto anche il secondo motivo di ricorso. Il principio del ne bis in idem in ambito cautelare (il cosiddetto “giudicato cautelare”) opera sulla base della situazione di fatto e di diritto esistente al momento della decisione (rebus sic stantibus). Nel caso in esame, il nuovo sequestro non era una semplice rivalutazione, ma si fondava su nuove indagini che avevano fatto emergere un quadro fattuale diverso e più grave, in particolare un importo del finanziamento differente e superiore a quello della precedente contestazione. Questo mutamento della situazione di fatto ha reso legittima l’adozione del nuovo provvedimento cautelare.

Le motivazioni

Il punto più significativo della sentenza riguarda la determinazione del profitto del reato. La Corte di Cassazione ha affermato un principio consolidato: nel caso di truffa per l’ottenimento di un finanziamento pubblico, il profitto del reato coincide con l’intero importo del finanziamento indebitamente ottenuto. Questo perché tale somma rappresenta il vantaggio patrimoniale illecito conseguito e, allo stesso tempo, il danno subito dall’ente erogatore.

Di conseguenza, il sequestro può legittimamente avere ad oggetto l’intera somma, e non solo la parte di guadagno personale di uno dei concorrenti nel reato. Chi partecipa al reato (in questo caso, a titolo di concorso ex art. 110 c.p.) risponde per l’intero profitto generato dall’azione criminale, a prescindere da come tale profitto sia stato successivamente suddiviso tra i correi.

Le conclusioni

La sentenza n. 21108/2023 della Corte di Cassazione rafforza due principi fondamentali nella lotta ai reati contro la pubblica amministrazione. In primo luogo, consolida l’orientamento secondo cui la presentazione di documentazione falsa per ottenere finanziamenti, inducendo in errore l’ente erogatore, integra la più grave fattispecie di truffa aggravata. In secondo luogo, chiarisce in modo inequivocabile che il profitto sequestrabile non è limitato al guadagno personale del singolo complice, ma corrisponde al valore totale del danno patrimoniale inflitto allo Stato, ovvero l’intero importo dell’erogazione pubblica illecitamente percepita.

Quando si configura il reato di truffa aggravata (art. 640-bis c.p.) anziché la meno grave indebita percezione di erogazioni (art. 316-ter c.p.)?
Si configura la truffa aggravata quando la condotta non si limita a una semplice dichiarazione mendace o all’omissione di informazioni, ma consiste in ‘artifizi e raggiri’ (es. produzione di documenti falsi) che inducono effettivamente in errore l’ente pubblico, portandolo a erogare un finanziamento che altrimenti non avrebbe concesso a seguito di un’attività istruttoria.

In una truffa per ottenere un finanziamento pubblico, qual è il ‘profitto del reato’ che può essere sequestrato al concorrente?
Il profitto del reato coincide con l’intero importo del finanziamento indebitamente ottenuto. Tale somma rappresenta sia il vantaggio patrimoniale illecito derivante dal reato sia il danno subito dall’ente erogatore. Pertanto, il sequestro può colpire l’intera somma anche nei confronti del concorrente, e non solo la sua eventuale provvigione.

È possibile emettere un nuovo provvedimento di sequestro dopo che un primo è stato annullato, senza violare il principio del ‘ne bis in idem’?
Sì, è possibile. Il principio del ‘ne bis in idem’ in materia cautelare non è assoluto. Se, dopo l’annullamento di un primo sequestro, nuove indagini fanno emergere un mutamento della situazione di fatto (ad esempio, un importo del reato diverso o maggiore), l’autorità giudiziaria può legittimamente emettere un nuovo provvedimento cautelare basato sui nuovi elementi, senza che ciò costituisca una violazione del principio.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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