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Test positivo e affidamento in prova terapeutico: niente lavoro

Un uomo sottoposto alla misura dell’affidamento in prova terapeutico ha richiesto l’autorizzazione per lavorare come bracciante nell’azienda agricola del fratello, situata in un altro Comune. Il Magistrato di Sorveglianza ha rigettato la richiesta a causa della recente attivazione della misura e della positività del soggetto ai test antidroga. Il difensore ha impugnato la decisione, ma la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che il difensore non era abilitato al patrocinio presso le giurisdizioni superiori (non cassazionista). Inoltre, il ricorso proponeva solo censure di fatto, senza contestare la motivazione del rigetto basata sull’incompatibilità del lavoro con il percorso terapeutico e le violazioni accertate. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 19373 Anno 2026
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Pubblicato il 9 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

L’affidamento in prova terapeutico e i limiti alle attività lavorative

L’istituto dell’affidamento in prova terapeutico rappresenta una preziosa opportunità per i condannati con problemi di tossicodipendenza. Questa misura alternativa permette di scontare la pena fuori dalle mura del carcere, a patto di seguire un rigoroso percorso di recupero. Tuttavia, la libertà concessa non è assoluta e rimane strettamente vigilata dal giudice. Nel caso analizzato dalla Corte di Cassazione, un uomo ha cercato di ottenere l’autorizzazione per svolgere un’attività lavorativa come bracciante agricolo. La vicenda mette in luce non solo i limiti di questa misura, ma anche l’importanza del rispetto delle regole procedurali per la presentazione dei ricorsi.

Il caso: la richiesta di lavoro nell’azienda di famiglia

Il protagonista della vicenda stava scontando una pena residua di oltre cinque anni di reclusione sotto il regime dell’affidamento in prova terapeutico. Per dare attuazione all’obbligo di svolgere una stabile attività lavorativa, l’uomo ha chiesto al Magistrato di Sorveglianza il permesso di lavorare presso l’azienda agricola del fratello. Questa attività richiedeva però lo spostamento in un altro Comune e la conseguente modifica dell’obbligo di dimora (il divieto di allontanarsi dal proprio comune di residenza). Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta. Il giudice ha ritenuto il lavoro incompatibile con la fase iniziale del percorso di recupero, soprattutto a causa della recente positività dell’uomo ai controlli per l’uso di sostanze stupefacenti. Contro questa decisione, il difensore dell’uomo ha presentato un reclamo, poi trasmesso alla Corte di Cassazione.

Il ruolo cruciale dell’avvocato cassazionista

Prima ancora di valutare il merito della richiesta di lavoro, i giudici della Suprema Corte hanno dovuto esaminare un grave vizio di forma. Il ricorso è stato infatti firmato da un avvocato che non possedeva l’abilitazione al patrocinio presso le giurisdizioni superiori (la speciale qualifica necessaria per difendere i clienti davanti alla Cassazione). La legge stabilisce che davanti alla Corte di Cassazione le parti non possono stare in giudizio da sole o con un difensore qualsiasi. È indispensabile la firma di un avvocato iscritto nell’apposito albo dei cassazionisti. Il principio di conservazione degli atti (la regola che cerca di salvare un ricorso qualificato male ma valido nella sostanza) non può superare questa mancanza. Un ricorso firmato da un professionista non abilitato è nullo fin dall’inizio.

Le motivazioni della Cassazione sul rigetto dell’affidamento in prova terapeutico

Le motivazioni della Cassazione sul rigetto dell’affidamento in prova terapeutico si concentrano sia su aspetti procedurali che di merito. Oltre al difetto di rappresentanza del difensore, i giudici hanno evidenziato che il ricorso proponeva solo critiche generiche e di fatto. Il ricorrente non ha contestato in modo logico le ragioni del Magistrato di Sorveglianza. La Cassazione ha ricordato che l’affidamento in prova terapeutico richiede una condotta impeccabile e la piena adesione al programma di cura. Svolgere un’attività lavorativa fuori dal Comune di dimora, in una fase iniziale della misura e dopo essere risultati positivi ai test antidroga, contrasta apertamente con le finalità rieducative e terapeutiche della misura stessa. Il giudice di sorveglianza ha quindi agito correttamente nel negare l’autorizzazione.

Le conclusioni della Cassazione e le conseguenze per il ricorrente

Le conclusioni della Cassazione sul caso dell’affidamento in prova terapeutico confermano l’inammissibilità totale del ricorso. Questa decisione comporta conseguenze severe per il ricorrente. L’uomo non solo ha perso la possibilità di ottenere la modifica delle prescrizioni per lavorare nell’azienda del fratello, ma è stato anche condannato al pagamento delle spese del procedimento. Inoltre, la Corte lo ha condannato a versare la somma di tremila euro alla Cassa delle ammende (l’organo che raccoglie le sanzioni pecuniarie processuali). Questa pronuncia ribadisce che le misure alternative richiedono il massimo rigore sia nel rispetto del programma terapeutico sia nella scelta dei professionisti abilitati a presentare le impugnazioni.

Chi può firmare un ricorso davanti alla Corte di Cassazione?
Il ricorso deve essere firmato obbligatoriamente da un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori, altrimenti viene dichiarato inammissibile.

Si può lavorare fuori dal proprio Comune durante l’affidamento in prova?
Sì, ma occorre una specifica autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza, che valuterà la compatibilità del lavoro con il programma di recupero.

Cosa succede se si risulta positivi ai test antidroga durante la misura alternativa?
La positività ai controlli può compromettere la concessione di permessi lavorativi e, nei casi più gravi, portare alla revoca della misura alternativa.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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