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Terrorismo Internazionale: La Giurisdizione Italiana Oltre Confine

La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per tre individui accusati di associazione con finalità di terrorismo internazionale. L’organizzazione, nota come Rawti Shax, operava tra Medio Oriente ed Europa con l’obiettivo di rovesciare il governo del Kurdistan iracheno e compiere atti violenti. I ricorrenti contestavano la giurisdizione italiana per terrorismo, sostenendo che le attività principali si svolgevano all’estero. La Cassazione ha ribadito che la giurisdizione italiana sussiste anche se solo una parte della condotta associativa, significativa e collegabile, è stata realizzata in Italia da uno qualsiasi dei partecipanti, rendendo irrilevante che i capi operassero dall’estero.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 26414 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La Giurisdizione italiana per terrorismo: un principio chiaro dalla Cassazione

La Corte di Cassazione ha recentemente ribadito un principio fondamentale in materia di giurisdizione italiana per terrorismo, confermando le condanne per tre persone coinvolte in un’associazione terroristica internazionale. Questa sentenza chiarisce i confini della legge italiana quando i crimini hanno una dimensione transnazionale. Il caso ha riguardato un’organizzazione con obiettivi terroristici che operava sia in Medio Oriente sia in Europa, inclusa l’Italia. La decisione è cruciale per comprendere come lo Stato italiano affronta le reti criminali che agiscono oltre i confini nazionali, ma che hanno ramificazioni sul nostro territorio.

Il caso: un’associazione terroristica internazionale e i suoi obiettivi

Il Lavoratore 1, il Lavoratore 2 e il Lavoratore 3 sono stati condannati per aver partecipato a un’associazione con finalità di terrorismo. Questa organizzazione, conosciuta con i nomi di Rawti Shax o Didi Nwe, aveva un piano ben definito. Mirava a rovesciare il governo del Kurdistan iracheno. Voleva sostituirlo con uno stato teocratico basato sull’applicazione della sharia, la legge islamica. L’associazione intendeva anche compiere atti di violenza, non solo in Medio Oriente, ma anche in Europa o contro obiettivi occidentali. Il suo scopo era chiaro: intimidire la popolazione e esercitare pressione sui pubblici poteri e sulle organizzazioni internazionali. Per raggiungere questi scopi, l’organizzazione gestiva anche campi di addestramento paramilitari dedicati allo jihad, la guerra santa.

La complessa struttura di Rawti Shax e i ruoli chiave

L’associazione Rawti Shax si distingueva per il suo radicalismo islamista e una struttura operativa sofisticata. Presentava un doppio livello: uno pubblico, che si mostrava come un movimento politico-religioso, e uno segreto, abilmente progettato per eludere i meccanismi normativi europei e internazionali. Questo livello segreto era finalizzato alla diffusione capillare di idee radicali. L’obiettivo ultimo era la sostituzione del governo regionale kurdo con un califfato islamico e, in modo indiretto, l’esecuzione o la minaccia di azioni terroristiche, promuovendo lo jihad violento. L’organizzazione operava con grande segretezza, utilizzando una struttura suddivisa in “cellule” e “ali”, con una rigorosa compartimentazione delle informazioni e ruoli ben definiti. La gerarchia era verticistica, con un Emiro come capo assoluto. La dematerializzazione, ovvero l’uso centrale di strumenti informatici come la piattaforma Paltalk e chatroom specifiche, era fondamentale per le comunicazioni e la gestione.

Il Lavoratore 1, identificato come l’Emiro, era il promotore, costitutore, direttore e organizzatore dell’associazione. Progettava la struttura, elaborava programmi in più fasi e impartiva direttive operative. Sceglieva i dirigenti, gli insegnanti dell’università online e deliberava le strategie. Anche dal carcere, dove si trovava dal 2012, continuava a dirigere l’organizzazione tramite familiari e stretti collaboratori. Definiva strategie segrete, progettava operazioni in Kurdistan e valutava il personale da impiegare. Gestiva i finanziamenti e autorizzava la partecipazione allo jihad in Siria, mantenendo un controllo rigoroso.

Il Lavoratore 2, membro direttivo, coadiuvava il Lavoratore 1. Durante la detenzione del capo, lo sostituiva nella gestione economica e finanziaria, curando i conti, raccogliendo fondi e attuando le disposizioni sui denari. Distribuiva materiale propagandistico e organizzava riunioni segrete nella chatroom. Viaggiava in Europa per conto del Lavoratore 1, amministrava siti internet e svolgeva attività di proselitismo e reperimento fondi. Era considerato un comandante militare.

Il Lavoratore 3, anch’esso membro direttivo e stretto collaboratore, fungeva da portavoce del Lavoratore 1 durante la sua detenzione. Era a capo del comitato “stampa e distribuzione”, garantendo al capo tutte le informazioni e riportando all’esterno le sue disposizioni. Contribuiva a definire le strategie dell’associazione e trasmetteva le autorizzazioni per la partecipazione allo jihad in Siria, specificandone le finalità di addestramento per il progetto terroristico in Kurdistan.

La contestazione della Giurisdizione italiana per terrorismo

I condannati hanno presentato ricorso in Cassazione. Contestavano la sussistenza della giurisdizione italiana per terrorismo, sostenendo che le attività principali dell’associazione si svolgevano all’estero. La difesa riteneva che le condotte realizzate in Italia, come quelle della “cellula meranese”, non fossero sufficienti a radicare la giurisdizione italiana. Argomentavano che un reato associativo, già operativo all’estero, dovesse essere giudicato nel luogo della sua effettiva operatività principale. La difesa sosteneva che i principi applicabili ai reati concorsuali, dove basta un frammento in Italia per estendere la giurisdizione a tutti i partecipanti, non fossero validi per i reati associativi, che avrebbero una disciplina diversa.

Le motivazioni della sentenza sulla Giurisdizione italiana per terrorismo

La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la piena validità della giurisdizione italiana per terrorismo. La Corte ha ribadito un principio consolidato: la giurisdizione italiana sussiste anche quando un’associazione criminale opera sia all’estero che in Italia. È sufficiente che nel territorio italiano si sia verificata anche solo una frazione della condotta, ad opera di uno qualsiasi dei partecipanti. Questa frazione, anche se non raggiunge i requisiti di idoneità e inequivocità richiesti per il tentativo, deve essere comunque significativa e collegabile in modo chiaro e univoco alla parte restante dell’attività criminale svolta all’estero.

La Cassazione ha sottolineato che il reato associativo è unitario e permanente. L’operato della “cellula meranese” in Italia non era un singolo delitto isolato, ma un segmento inscindibile del medesimo reato associativo. La sentenza ha evidenziato la concreta capacità offensiva dell’associazione, provata da plurime intercettazioni. Queste conversazioni rivelavano propositi di violenza, la disponibilità di “materiale umano” (persone disposte a compiere atti terroristici), mezzi finanziari e armi. Le dichiarazioni intercettate, anche se autoaccusatorie, hanno piena valenza probatoria, non essendo assimilabili a testimonianze de relato. La Corte ha quindi ritenuto accertate non solo la disponibilità e la volontà di Rawti Shax di compiere atti violenti con finalità terroristica, ma anche la disponibilità di mezzi e la capacità offensiva necessaria per attuare il programma criminoso.

Le conclusioni: la Giurisdizione italiana per terrorismo è confermata

In conclusione, la Corte di Cassazione ha confermato le condanne inflitte nei gradi precedenti. Ha stabilito che la giurisdizione italiana per terrorismo è legittima e pienamente applicabile. Questo vale anche se l’organizzazione terroristica ha la sua base principale all’estero, purché una parte significativa e collegabile delle sue attività si svolga sul territorio italiano. I ricorsi sono stati rigettati e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali. Questa decisione rafforza la capacità dello Stato italiano di perseguire efficacemente il terrorismo internazionale, anche quando le sue ramificazioni toccano il nostro paese in modo parziale ma concreto, garantendo che la giustizia possa operare senza confini pretestuosi.

Quando un tribunale italiano può giudicare un caso di terrorismo internazionale?
Un tribunale italiano può giudicare un caso di terrorismo internazionale se anche solo una parte significativa delle attività dell’organizzazione terroristica si è svolta sul territorio italiano, anche se la sede principale o la maggior parte delle operazioni sono all’estero.

Cosa si intende per ‘reato associativo’ nel contesto del terrorismo?
Il reato associativo per terrorismo si riferisce alla partecipazione a un gruppo organizzato di persone che si uniscono con lo scopo di compiere atti di violenza o di eversione dell’ordine democratico, anche a livello internazionale.

È necessario che l’organizzazione terroristica abbia commesso un attacco in Italia per la giurisdizione?
No, non è necessario che l’organizzazione abbia commesso un attacco effettivo in Italia. È sufficiente che una qualsiasi attività di partecipazione, anche parziale e non illecita di per sé, sia stata posta in essere in Italia da uno dei membri, purché collegabile all’attività criminale complessiva.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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