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Stato di Necessità: Uscire per la Spesa non Evita la Condanna

Una persona, sottoposta a una misura restrittiva della libertà personale, veniva sorpresa fuori dalla propria abitazione in tre diverse occasioni. La difesa sosteneva lo stato di necessità, giustificando le uscite con il bisogno di acquistare generi alimentari. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, evidenziando la volontà deliberata di allontanarsi senza autorizzazione e la non occasionalità del comportamento. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna. La sentenza chiarisce che il semplice bisogno di fare la spesa non integra lo stato di necessità.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 6445 Anno 2023
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Pubblicato il 22 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Stato di Necessità: Non Sempre Giustifica l’Allontanamento da Casa

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione offre un importante chiarimento sui limiti dell’applicazione dello stato di necessità. La vicenda riguarda una persona che, pur essendo obbligata a rimanere nella propria abitazione per una misura restrittiva, è stata trovata all’esterno in più occasioni. La giustificazione addotta era semplice e apparentemente comprensibile: la necessità di acquistare beni di prima necessità. Tuttavia, per la legge, non tutte le necessità sono uguali e non tutte possono giustificare la commissione di un reato.

I Fatti del Caso

Il caso nasce da una situazione concreta e ricorrente. Una persona, limitata nei suoi spostamenti da un provvedimento del giudice, viene controllata e trovata fuori casa per ben tre volte. Di fronte alle autorità, la sua spiegazione è stata quella di doversi recare a fare la spesa. La questione è quindi arrivata fino ai giudici della Corte di Cassazione, chiamati a decidere se questa esigenza potesse essere considerata una valida causa di giustificazione, tale da rendere non punibile la violazione degli obblighi imposti.

La Difesa: tra Bisogno e Tenuità del Fatto

La linea difensiva si basava su due argomenti principali. Il primo, e più importante, era l’invocazione dello stato di necessità, previsto dall’articolo 54 del Codice Penale. Secondo questa tesi, l’esigenza di procurarsi cibo e altri beni essenziali rappresentava un pericolo attuale di un danno grave, che costringeva la persona a violare la misura. In subordine, la difesa chiedeva l’applicazione dell’articolo 131-bis del Codice Penale, sostenendo che il fatto fosse di particolare tenuità, cioè così poco grave da non meritare una punizione.

La Valutazione sullo Stato di Necessità

La Corte di Cassazione ha respinto con fermezza entrambe le argomentazioni. I giudici hanno osservato che le uscite non erano dettate da un’emergenza imprevedibile e inevitabile, ma da una ‘palese volontà di allontanarsi dall’abitazione’. La condotta, inoltre, non era occasionale, ma ripetuta nel tempo, dimostrando una tendenza a non rispettare le prescrizioni del giudice. Per invocare con successo lo stato di necessità, il pericolo deve essere imminente e non altrimenti evitabile. In questo caso, la persona avrebbe potuto e dovuto chiedere un’autorizzazione specifica al giudice per le sue esigenze, anziché decidere autonomamente di violare la misura.

Le motivazioni: la Volontà di Trasgredire Prevale sulla Necessità

La Corte ha sottolineato che la condotta della ricorrente non era ‘niente affatto inoffensiva’. Al contrario, era diretta a violare deliberatamente gli obblighi imposti. Lo stato di necessità non può diventare un pretesto per eludere le decisioni dell’autorità giudiziaria. La necessità di fare la spesa è una normale esigenza della vita quotidiana, gestibile attraverso una richiesta di permesso, e non un pericolo grave e imminente che giustifichi un’azione illegale. La ripetitività del comportamento e l’assenza di qualsiasi tentativo di ottenere un’autorizzazione hanno dimostrato, secondo i giudici, una chiara intenzione di sottrarsi al controllo.

Le conclusioni: Ricorso Inammissibile e Condanna Confermata

L’esito finale è stato la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. Questa decisione ha reso definitiva la condanna stabilita nei gradi di giudizio precedenti. Oltre a ciò, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Il principio di diritto che emerge è chiaro: lo stato di necessità è un’esimente seria, che richiede presupposti rigorosi e non può essere invocata per giustificare violazioni basate su esigenze ordinarie e programmabili, per le quali esistono procedure legali di autorizzazione.

Posso uscire se sono agli arresti domiciliari per fare la spesa?
No, a meno che non si ottenga una specifica autorizzazione dal giudice. L’esigenza di acquistare generi di prima necessità, di per sé, non costituisce uno stato di necessità che giustifica la violazione della misura.

Cos’è lo stato di necessità in parole semplici?
È una situazione in cui si commette un reato per salvarsi da un pericolo grave e imminente non causato volontariamente. Ad esempio, rompere una finestra per fuggire da un incendio.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La sentenza precedente diventa definitiva. Inoltre, la persona che ha presentato il ricorso viene condannata a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria a favore dello Stato.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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