\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Stato di necessità arresti domiciliari: spesa non giustifica evasione

Una persona agli arresti domiciliari si allontana da casa per acquistare cibo, invocando lo stato di necessità. La Corte di Cassazione ha respinto la sua difesa, stabilendo che lo stato di necessità arresti domiciliari non sussiste se la persona avrebbe potuto chiedere un’autorizzazione al giudice per uscire. I giudici hanno anche escluso la non punibilità per ‘particolare tenuità del fatto’, poiché l’allontanamento si è protratto per un tempo apprezzabile e l’imputata ha tentato la fuga alla vista delle forze dell’ordine. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna per evasione confermata.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 24087 Anno 2023
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 3 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Arresti domiciliari: uscire per fare la spesa è reato?

La misura degli arresti domiciliari impone un severo obbligo di permanenza in casa. Ma cosa succede se una persona ha un bisogno primario e urgente, come quello di procurarsi del cibo? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito i confini tra il reato di evasione e il presunto stato di necessità arresti domiciliari, offrendo una risposta netta e rigorosa. La vicenda dimostra come anche le motivazioni più comprensibili non possano giustificare una violazione delle prescrizioni del giudice se esistono alternative legali.

I fatti del caso

La vicenda riguarda una persona sottoposta alla misura degli arresti domiciliari. Trovandosi sola in casa e senza cibo, decide di uscire dalla propria abitazione per andare a fare la spesa. Durante questa uscita non autorizzata, viene sorpresa dalle forze dell’ordine. Alla loro vista, la persona tenta di fuggire, ma viene fermata. La sua condotta integra il reato di evasione, previsto dall’articolo 385 del Codice Penale. Contro la sua condanna, l’imputata ha presentato ricorso in Cassazione, basando la sua difesa su due argomenti principali.

La difesa basata sullo stato di necessità

Il primo motivo di ricorso si fondava sull’articolo 54 del Codice Penale, ovvero lo stato di necessità. La difesa sosteneva che l’imputata avesse agito per far fronte a un bisogno primario e inderogabile: la necessità di nutrirsi. Secondo questa tesi, il pericolo di un danno grave alla persona (la fame) l’avrebbe costretta a violare la misura restrittiva. Si trattava, quindi, di una situazione eccezionale che, a suo dire, avrebbe dovuto giustificare il comportamento e portare all’assoluzione.

La richiesta di non punibilità per la tenuità del fatto

In subordine, la difesa chiedeva l’applicazione dell’articolo 131-bis del Codice Penale. Questa norma prevede la non punibilità per ‘particolare tenuità del fatto’. In pratica, si sosteneva che, anche se il fatto costituiva reato, l’offesa era talmente lieve da non meritare una sanzione penale. La violazione era stata dettata da un bisogno essenziale e, secondo la difesa, il danno arrecato alla giustizia era minimo. Questa tesi mirava a ottenere una sentenza di proscioglimento per la scarsa gravità della condotta.

Le motivazioni: perché lo stato di necessità arresti domiciliari non si applica

La Corte di Cassazione ha respinto entrambe le argomentazioni. Riguardo allo stato di necessità arresti domiciliari, i giudici hanno affermato un principio fondamentale: questa causa di giustificazione non può essere invocata quando esiste un’alternativa legale per evitare il pericolo. Nel caso specifico, la persona agli arresti domiciliari avrebbe potuto e dovuto chiedere un’autorizzazione al giudice competente per allontanarsi temporaneamente dal domicilio e soddisfare i propri bisogni primari. La legge (art. 284, comma 3, c.p.p.) prevede esplicitamente questa possibilità. Non avendolo fatto, la sua scelta di uscire autonomamente è stata considerata una violazione ingiustificata. Inoltre, la Corte ha escluso anche la ‘particolare tenuità del fatto’. La decisione si è basata su due elementi concreti: la durata dell’allontanamento, definita ‘apprezzabile’, e soprattutto il tentativo di fuga alla vista degli operanti. Questo comportamento, secondo i giudici, dimostra una maggiore gravità della condotta e una consapevolezza dell’illecito che sono incompatibili con la definizione di ‘fatto tenue’.

Le conclusioni: la Cassazione conferma la condanna

L’esito finale è stato la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. La condanna per il reato di evasione è diventata definitiva. La persona è stata inoltre condannata al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende. Questa decisione ribadisce un principio di rigore: le prescrizioni legate agli arresti domiciliari devono essere rispettate scrupolosamente. La necessità di provvedere ai bisogni primari non costituisce un ‘salvacondotto’ automatico, ma deve essere gestita attraverso i canali legali previsti, ovvero le istanze di autorizzazione rivolte al giudice.

Posso uscire dagli arresti domiciliari per comprare cibo?
No, non senza un’autorizzazione specifica del giudice. Uscire autonomamente costituisce reato di evasione, anche se la motivazione è legata a bisogni primari.

Lo stato di necessità vale se sono agli arresti domiciliari?
Generalmente no. La Corte di Cassazione ha chiarito che se esiste la possibilità legale di chiedere un permesso al giudice per uscire, non si può invocare lo stato di necessità.

Cosa succede se violo gli arresti domiciliari e provo a scappare dalla polizia?
Questo comportamento aggrava la situazione. I giudici lo considerano un elemento che impedisce di qualificare il reato come ‘di particolare tenuità’, portando a una condanna certa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati