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Spaccio e danno di speciale tenuità: attenuante negata, condanna ok

Due persone, condannate per spaccio di lieve entità, ricorrono in Cassazione chiedendo il riconoscimento dell’attenuante del danno di speciale tenuità, sostenendo che il profitto ricavato fosse minimo. La Corte Suprema ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno stabilito che, nonostante la compatibilità teorica tra le due norme, l’attenuante non poteva essere concessa. Le modalità della condotta, come il confezionamento frazionato della droga e l’occultamento, indicavano un’attività abituale e non occasionale, incompatibile con un danno o un lucro di ‘speciale tenuità’. La condanna è quindi diventata definitiva.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 8304 Anno 2023
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Pubblicato il 25 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Spaccio e attenuanti: non sempre il danno è di ‘speciale tenuità’

La gestione dei reati legati agli stupefacenti è complessa e le pene possono variare molto in base alle circostanze specifiche. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale riguardo l’applicazione dell’attenuante del danno di speciale tenuità nel contesto dello spaccio di lieve entità. La Corte ha stabilito che, anche se un reato è classificato come ‘lieve’, non significa che si possa automaticamente beneficiare di ulteriori sconti di pena se le modalità del fatto dimostrano una certa professionalità e abitualità.

I fatti all’origine della controversia

La vicenda riguarda due persone trovate in possesso di cocaina, rispettivamente 2,45 grammi e 5,15 grammi. La sostanza era già suddivisa in dosi, confezionata in modo da essere pronta per la vendita. Inoltre, le modalità di occultamento suggerivano un’attività non improvvisata. Per questi motivi, erano state condannate per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti nella sua forma di ‘lieve entità’, prevista dall’articolo 73, comma 5, del Testo Unico Stupefacenti. Questa norma prevede pene più miti rispetto allo spaccio ordinario. Non contenti della condanna, gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione.

La richiesta: applicare l’attenuante del danno di speciale tenuità

Il punto centrale del ricorso era la richiesta di applicare un’ulteriore circostanza attenuante: quella del danno patrimoniale di speciale tenuità, prevista dall’articolo 62, numero 4, del Codice Penale. Secondo la difesa, il profitto derivante dalla vendita di pochi grammi di cocaina sarebbe stato talmente esiguo da rientrare in questa categoria. In pratica, sostenevano che il guadagno fosse così basso da meritare un ulteriore sconto sulla pena già mite prevista per il fatto di lieve entità. La difesa si basava su un importante principio stabilito dalle Sezioni Unite della Cassazione, secondo cui le due norme (spaccio lieve e danno tenue) non sono in teoria incompatibili.

Le motivazioni: perché è stata negata l’attenuante del danno di speciale tenuità

La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando la decisione dei giudici precedenti. Pur riconoscendo che l’attenuante del danno di speciale tenuità può, in linea di principio, essere applicata anche allo spaccio lieve, ha sottolineato che la sua concessione non è automatica. Il giudice deve effettuare una verifica puntuale e rigorosa. In questo caso, la Corte ha osservato che diversi elementi andavano contro la tesi del danno minimo. Il confezionamento frazionato della droga non era quello di un consumatore, ma di un venditore pronto a effettuare multiple cessioni. Le modalità di occultamento e l’abitualità della condotta, confermata anche dai precedenti penali, indicavano un inserimento stabile nel circuito dello spaccio. Di conseguenza, il profitto, sebbene non milionario, non poteva essere considerato ‘specialmente tenue’, così come il pericolo per la salute pubblica.

Le conclusioni: la condanna definitiva

Con questa ordinanza, la Corte ha ribadito un principio di concretezza. La valutazione sulla gravità di un reato di spaccio non si ferma al solo dato quantitativo della droga. Il giudice deve analizzare l’intera condotta dell’imputato. L’organizzazione, la professionalità e la serialità dell’attività illecita sono fattori che pesano sulla valutazione e possono escludere benefici come l’attenuante del danno di speciale tenuità. Gli imputati hanno quindi perso il ricorso e la loro condanna è diventata definitiva. Oltre a ciò, sono stati condannati a pagare le spese processuali e una somma di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.

Il reato di spaccio di ‘lieve entità’ garantisce sempre l’attenuante del danno minimo?
No. Come chiarito dalla Cassazione, la concessione dell’attenuante del danno di speciale tenuità non è automatica e dipende da una valutazione concreta del giudice, che considera le modalità della condotta, l’organizzazione e l’abitualità.

Cosa valuta il giudice per concedere o negare un’attenuante?
Il giudice valuta tutti gli aspetti del fatto: la quantità e qualità della sostanza, le modalità di confezionamento e occultamento, la professionalità dimostrata e l’eventuale carattere abituale dell’attività di spaccio.

Qual è la differenza tra spaccio ‘lieve’ e danno di ‘speciale tenuità’?
Lo spaccio ‘lieve’ è una specifica figura di reato meno grave. Il danno di ‘speciale tenuità’ è una circostanza attenuante generica, che può applicarsi a vari reati, ma solo se il danno o il profitto sono effettivamente irrisori, cosa che va dimostrata caso per caso.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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