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Sequestro preventivo usura: quando il contante è a rischio

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro un sequestro preventivo usura di 5.000 euro in contanti. La Corte ha ritenuto sufficiente il concreto rischio che la liquidità, di provenienza non giustificata e collegata all’indagato, potesse essere reimpiegata per commettere altri reati della stessa natura, confermando la validità della misura cautelare reale.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 40358 Anno 2024
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Pubblicato il 6 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Sequestro Preventivo Usura: la Cassazione sul Rischio Legato al Denaro Contante

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha affrontato il tema del sequestro preventivo usura, chiarendo i presupposti per la sua applicazione a somme di denaro in contanti. La decisione sottolinea come il pericolo che la liquidità venga reimpiegata in attività illecite possa giustificare la misura cautelare, anche quando il denaro non rappresenta il profitto diretto del reato contestato. Analizziamo insieme i dettagli di questa importante pronuncia.

I Fatti del Caso

Il procedimento ha origine da un’indagine per il reato di usura. Il Giudice per le indagini preliminari aveva disposto il sequestro preventivo di 5.000 euro in contanti trovati in possesso dell’indagato. La misura era stata confermata anche dal Tribunale del Riesame, che aveva respinto l’appello presentato dalla difesa.

Contro questa decisione, l’indagato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando una presunta carenza di motivazione da parte dei giudici di merito.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

La difesa dell’indagato ha basato il proprio ricorso su alcuni punti specifici:

  • Mancanza di motivazione sul pericolo: Secondo il ricorrente, il Tribunale non avrebbe adeguatamente spiegato le ragioni per cui la libera disponibilità della somma sequestrata potesse aggravare o protrarre le conseguenze del reato di usura o agevolare la commissione di altri illeciti.
  • Modalità del reato: Si sosteneva che l’attività usuraria contestata fosse stata commessa tramite bonifici bancari e non mediante dazioni di contante, rendendo così il denaro liquido non pertinente al reato.
  • Non obbligatorietà della confisca: Infine, si evidenziava come il denaro non sia un bene soggetto a confisca obbligatoria ai sensi dell’art. 240 del codice penale.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione sul sequestro preventivo usura

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo generico e infondato. I giudici hanno smontato le argomentazioni difensive, confermando la correttezza del provvedimento impugnato. La motivazione della Cassazione si è basata su tre pilastri fondamentali:

  1. La completezza della motivazione del Tribunale: Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il Tribunale del Riesame aveva fornito una giustificazione ampia e dettagliata. Le indagini della Guardia di Finanza avevano dimostrato che le transazioni usurarie avvenivano con modalità alternative, sia tramite bonifici sia in contanti. Prova ne erano alcuni appunti ritrovati insieme alle banconote sequestrate, che le collegavano a specifiche posizioni debitorie.
  2. L’assenza di provenienza lecita: Il denaro sequestrato non appariva riconducibile a lecite attività imprenditoriali dell’indagato. Questa mancanza di una giustificazione plausibile sulla provenienza della somma rafforzava il nesso di pertinenzialità con l’attività illecita contestata.
  3. Il concreto rischio di reimpiego: Sulla base del nesso di pertinenzialità e della consistenza della liquidità, la Corte ha ritenuto evidente e concreto il rischio che tale somma potesse essere reimmessa nel circuito del mercato illegale del credito. Il denaro contante avrebbe potuto essere usato direttamente per nuovi prestiti o per alimentare conti correnti destinati a finanziare l’attività criminale.

Conclusioni: Le Implicazioni Pratiche della Sentenza

La sentenza consolida un principio di fondamentale importanza in materia di misure cautelari reali. Per disporre il sequestro preventivo usura su una somma di denaro, non è indispensabile dimostrare che essa costituisca il profitto diretto o il prezzo del reato. È sufficiente, invece, accertare l’esistenza di un solido nesso di pertinenzialità tra la somma e l’illecito, unitamente a un pericolo concreto e attuale che la sua libera disponibilità possa favorire la prosecuzione dell’attività criminosa.

Questa interpretazione estensiva dell’art. 321, comma 1, c.p.p. si rivela uno strumento efficace per contrastare reati come l’usura, prosciugando le risorse finanziarie che alimentano i circuiti illegali e impedendo la commissione di ulteriori delitti.

È possibile disporre un sequestro preventivo su denaro contante per usura se le transazioni avvenivano tramite bonifico?
Sì. La Corte ha stabilito che se le indagini dimostrano l’uso di modalità alternative, inclusi i contanti (come provato da appunti trovati insieme al denaro), il sequestro è legittimo per prevenire la continuazione del reato.

Quali sono i presupposti per giustificare un sequestro preventivo su una somma di denaro?
È necessario dimostrare un ‘nesso di pertinenzialità’ tra il denaro e il reato (anche se non ne è il profitto diretto) e un pericolo concreto e attuale che la libera disponibilità di tale somma possa aggravare le conseguenze del reato o facilitare la commissione di altri illeciti.

Per quale motivo principale il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché le argomentazioni sono state giudicate ‘insuperabilmente generiche’ e ‘del tutto avulse’ rispetto all’effettivo e ampio apparato giustificativo fornito dal provvedimento impugnato, non riuscendo a contestarne efficacemente la logica e la coerenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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