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Scappare dal controllo di polizia dimostra il pericolo di fuga

Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l’ordinanza con cui il Giudice per le indagini preliminari non aveva convalidato il fermo di un uomo indiziato di ricettazione. Il Giudice riteneva insussistente il pericolo di fuga. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il tentativo di scappare durante un controllo di polizia costituisce un chiaro e concreto indizio di pericolo di fuga. La valutazione di questo rischio deve essere effettuata ex ante, basandosi sulla rilevante probabilità che l’indagato si sottragga alla giustizia. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l’ordinanza del giudice e ha dichiarato pienamente legittimo il fermo eseguito dalla Polizia di Stato.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 6594 Anno 2022
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Pubblicato il 11 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La libertà personale è un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, ma la legge prevede casi specifici in cui le forze dell’ordine possono limitarla in via d’urgenza. Uno di questi strumenti è il fermo di indiziato di delitto, una misura che richiede tassativamente la presenza di un concreto pericolo di fuga. Di recente, la Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto fondamentale su questo delicato tema. I giudici di legittimità hanno stabilito che il comportamento dell’indagato al momento del controllo sul territorio è un elemento decisivo. Se una persona tenta attivamente di scappare alla vista della polizia, questo gesto costituisce una prova evidente e immediata del rischio di allontanamento.

La vicenda concreta nasce dall’arresto di un cittadino straniero privo di fissa dimora, indiziato del reato di ricettazione (l’acquisto o la ricezione di cose provenienti da un delitto). Durante un normale controllo di routine sul territorio, l’indagato ha tentato attivamente di scappare a piedi per sottrarsi all’identificazione da parte degli agenti della Polizia di Stato. Gli agenti lo hanno prontamente bloccato e hanno proceduto al fermo d’urgenza per evitare che sparisse. Tuttavia, in sede di udienza, il Giudice per le indagini preliminari non ha convalidato la misura restrittiva. Secondo il primo giudice, infatti, non esisteva un reale e imminente pericolo che l’uomo potesse dileguarsi in modo definitivo dal territorio nazionale.

Il comportamento dell’indagato sotto la lente dei giudici

Il Procuratore della Repubblica ha presentato ricorso direttamente in Cassazione contro questa decisione del giudice di Torino. L’accusa ha evidenziato la palese contraddizione logica del ragionamento seguito nel provvedimento di merito. Da un lato, il giudice riconosceva che l’indagato era privo di una dimora stabile e di un lavoro regolare. Dall’altro, lo stesso magistrato ignorava completamente il fatto che l’uomo avesse cercato fisicamente di sfuggire agli agenti durante l’accertamento di polizia. Secondo la Procura, questi elementi di fatto uniti tra loro dimostravano chiaramente la necessità e l’urgenza del fermo.

La Suprema Corte ha accolto pienamente le ragioni della Procura della Repubblica, annullando la decisione precedente. I giudici di legittimità hanno ricordato che la valutazione sul rischio di allontanamento deve essere effettuata attraverso un giudizio “ex ante” (cioè basato sulla situazione esistente nel momento in cui la misura viene applicata). Il giudice non deve valutare la situazione col senno di poi, ma deve mettersi nei panni degli agenti al momento dell’intervento operativo. In quel preciso istante, la probabilità che il soggetto potesse far perdere le proprie tracce era estremamente elevata e concreta.

Le motivazioni: la condotta dell’indagato dimostra il pericolo di fuga

I giudici della Cassazione hanno spiegato che il comportamento tenuto dall’indagato durante il controllo di polizia è il primo e più importante indizio da considerare. La fuga tentata in occasione dell’accertamento non può essere considerata un dettaglio irrilevante. Al contrario, essa rappresenta un indice preciso e concreto della volontà di sottrarsi alla giustizia. Escludere il pericolo di fuga quando il soggetto ha appena cercato di scappare costituisce una grave contraddizione logica. La mancanza di una fissa dimora sul territorio nazionale rafforza ulteriormente questa valutazione di pericolosità.

Le conclusioni: la legittimità del fermo per pericolo di fuga

La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari di Torino. Questo significa che la decisione precedente è stata cancellata definitivamente senza bisogno di un nuovo processo sul punto. La Suprema Corte ha dichiarato del tutto legittimo il fermo eseguito dalla Polizia di Stato. Il principio affermato è chiaro e rigoroso. Chi tenta di sfuggire alle forze dell’ordine durante un controllo legittima l’applicazione immediata del fermo per pericolo di fuga. La giustizia penale richiede un’analisi realistica dei comportamenti concreti delle persone indagate.

Cosa succede se un indagato tenta di scappare durante un controllo di polizia?
Il tentativo di fuga durante un accertamento delle forze dell’ordine costituisce un indizio concreto che giustifica il fermo per pericolo di fuga.

Come deve valutare il giudice il pericolo che l’indagato scappi?
Il giudice deve compiere una valutazione ex ante, ossia analizzare la situazione esistente al momento del controllo e non con il senno di poi.

La mancanza di una fissa dimora influisce sulla convalida del fermo?
Sì, l’assenza di un domicilio stabile, unita al tentativo di sottrarsi al controllo, rafforza la sussistenza del pericolo di fuga.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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