Ricorso tardivo: la Cassazione ribadisce i termini per impugnare
Un recente pronunciamento della Corte di Cassazione, la sentenza n. 27440/2024, offre un’importante lezione sulla perentorietà dei termini processuali. Il caso in esame evidenzia come un ricorso tardivo possa precludere l’analisi del merito di una questione, anche se complessa e giuridicamente rilevante. La vicenda riguarda la richiesta di misure alternative alla detenzione da parte di un cittadino che stava scontando una pena italiana in un altro Stato dell’Unione Europea, ma la decisione finale si è arenata su un ostacolo puramente procedurale: il mancato rispetto della scadenza per l’impugnazione.
I Fatti: Il Contesto del Ricorso
Un condannato, che stava espiando la propria pena in un carcere croato a seguito del riconoscimento di tre sentenze definitive emesse in Italia, presentava al Tribunale di sorveglianza di Trieste istanza per ottenere l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza dichiarava le istanze inammissibili, ritenendo di non avere giurisdizione, poiché la pena era in esecuzione in un altro Stato.
Avverso questa ordinanza, il condannato proponeva ricorso per cassazione, sollevando due questioni principali relative all’applicazione del diritto dell’Unione Europea in materia di reciproco riconoscimento delle sentenze penali.
I Motivi del Ricorso e la questione di giurisdizione
Il ricorrente, nel suo appello, sosteneva che il Tribunale di sorveglianza avesse errato nel negare la propria giurisdizione. A suo avviso, secondo la normativa europea (in particolare la Decisione quadro 2008/909/GAI), la competenza a decidere sulle misure alternative alla detenzione resterebbe in capo allo Stato di emissione della sentenza (l’Italia) e non allo Stato di esecuzione (la Croazia).
Inoltre, lamentava una violazione del principio di non discriminazione, poiché il mancato riconoscimento della detenzione domiciliare lo penalizzava rispetto a un condannato residente in Italia.
La Decisione della Cassazione sul ricorso tardivo
Nonostante le interessanti questioni di diritto sollevate, la Corte di Cassazione non è entrata nel merito della vicenda. La Corte ha infatti rilevato un vizio preliminare e assorbente: il ricorso tardivo. L’ordinanza del Tribunale di sorveglianza era stata letta in udienza alla presenza del difensore. Da quel momento, secondo l’art. 585, comma 1, lett. a) del codice di procedura penale, la difesa aveva quindici giorni di tempo per presentare l’impugnazione.
Essendo il ricorso stato presentato oltre tale termine, la Corte lo ha dichiarato inammissibile senza poter esaminare le argomentazioni della difesa.
L’Inapplicabilità delle Deroghe
La Corte ha inoltre precisato che al caso di specie non poteva applicarsi la disposizione del comma 1-bis dell’art. 585 c.p.p., che prevede termini più ampi. Tale norma, infatti, è specificamente riferita al ‘procedimento di cognizione’ e alla figura dell’ ‘imputato’. Il procedimento di sorveglianza, invece, riguarda la fase esecutiva della pena e il soggetto interessato è il ‘condannato’, non più l’imputato. Questa distinzione, puramente tecnica, ha avuto un impatto decisivo sull’esito del ricorso.
le motivazioni
La motivazione della Suprema Corte è eminentemente processuale. Il principio fondamentale su cui si basa la decisione è quello della perentorietà dei termini per impugnare. La legge stabilisce scadenze precise per garantire la certezza del diritto e la stabilità delle decisioni giudiziarie. Il mancato rispetto di tali termini comporta una sanzione di inammissibilità, che impedisce al giudice di pronunciarsi sul merito della controversia. La Corte ha sottolineato che l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza, essendo stata letta in udienza alla presenza del difensore, faceva scattare immediatamente il termine di quindici giorni. L’appello, depositato oltre questa scadenza, non poteva che essere dichiarato inammissibile. La Corte ha inoltre chiarito la non applicabilità di termini più ampi previsti per il processo di cognizione, ribadendo la specificità e l’autonomia del procedimento di esecuzione della pena.
le conclusioni
La sentenza n. 27440/2024 è un monito sull’importanza cruciale del rispetto dei termini processuali. Anche le argomentazioni più solide e le questioni giuridiche più rilevanti possono essere vanificate da un errore procedurale come la presentazione di un ricorso tardivo. Per il condannato, questo ha significato non solo la conferma dell’ordinanza impugnata, ma anche la condanna al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende. La decisione riafferma che la diligenza e la precisione nella gestione delle scadenze sono elementi non negoziabili nell’esercizio della difesa tecnica.
Entro quanto tempo si deve impugnare un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza letta in udienza?
Secondo l’art. 585, comma 1, lett. a) del codice di procedura penale, l’impugnazione deve essere proposta entro quindici giorni dalla data in cui il provvedimento è stato letto in udienza in presenza della parte o del suo difensore.
Perché il termine più lungo per l’impugnazione previsto per l’imputato non si applica nei procedimenti di sorveglianza?
La Corte di Cassazione ha chiarito che la disposizione contenuta nell’art. 585, comma 1-bis c.p.p., che prevede termini di impugnazione più lunghi, si riferisce espressamente al ‘procedimento di cognizione’ e alla figura dell’ ‘imputato’. Il procedimento davanti al Tribunale di sorveglianza, invece, attiene alla fase di esecuzione della pena, e il soggetto coinvolto è un ‘condannato’, pertanto tale estensione non si applica.
Cosa succede se un ricorso in Cassazione viene presentato in ritardo?
Se un ricorso viene presentato oltre i termini stabiliti dalla legge, la Corte di Cassazione lo dichiara inammissibile. Questo significa che il ricorso non viene esaminato nel merito e il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.