Ricorso inammissibile: la Cassazione sul sequestro per Bonus Edilizi Fraudolenti
Introduzione al caso: il ricorso inammissibile per i bonus edilizi
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27809/2024, ha affrontato un caso emblematico relativo alle frodi sui bonus edilizi, dichiarando il ricorso inammissibile presentato da un indagato. La decisione sottolinea un principio fondamentale del nostro ordinamento processuale: l’inammissibilità dei ricorsi basati su motivi generici e ripetitivi. Questo articolo analizza la vicenda, le motivazioni della Corte e le implicazioni pratiche per chi si trova ad affrontare procedimenti simili.
I Fatti di Causa: una presunta frode sul Bonus Facciate
La vicenda ha origine da un’indagine su una presunta frode legata al cosiddetto ‘Bonus facciate 90%’. Un imprenditore, in qualità di legale rappresentante di una società immobiliare e committente di lavori edili, si era visto rigettare un’istanza di dissequestro di beni. Il sequestro era stato disposto ‘per equivalente’, cioè su beni di valore corrispondente al profitto illecito derivante dalla creazione e circolazione di crediti d’imposta fittizi.
La difesa dell’imprenditore sosteneva che, avendo egli versato il 10% del valore dei lavori commissionati (quota a carico del committente), tale somma avrebbe dovuto coprire l’importo sequestrato. A suo dire, il Tribunale aveva confuso i crediti d’imposta (il 90%) con la quota da lui pagata. Sosteneva, inoltre, che l’eventuale profitto della frode sarebbe stato dell’appaltatore, non suo.
Il Tribunale del riesame di Napoli aveva respinto questa tesi, confermando il sequestro. Contro questa decisione, l’imprenditore ha proposto ricorso in Cassazione.
La Decisione della Cassazione: perché il ricorso è inammissibile?
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La ragione principale risiede nella natura dei motivi presentati dalla difesa. I giudici hanno riscontrato che il ricorso era ‘aspecifico’ e ‘reiterativo’, ovvero si limitava a riproporre le stesse argomentazioni già avanzate e respinte dal Tribunale del riesame, senza confrontarsi criticamente con la motivazione del provvedimento impugnato. La giurisprudenza di legittimità è costante nel ritenere inammissibili i ricorsi che non individuano vizi specifici nella decisione contestata, ma si limitano a ripetere doglianze già esaminate.
L’irrilevanza del pagamento del 10%
Un punto cruciale della motivazione riguarda l’argomento difensivo del pagamento del 10%. La Cassazione, in linea con il Tribunale, ha chiarito che tale versamento era del tutto irrilevante. La somma, infatti, era stata pagata a un altro soggetto privato (l’appaltatore) e non all’Erario. Questo pagamento, secondo i giudici, era parte integrante del meccanismo fraudolento, avvenuto all’interno di ‘rapporti contrattuali fittizi’ finalizzati a portare a termine le frodi e non poteva in alcun modo compensare l’illecito utilizzo di crediti d’imposta inesistenti.
La formalità non salva dalla sostanza
La difesa aveva anche tentato di far valere la ‘correttezza formale’ delle procedure seguite per accedere al bonus. Anche questo argomento è stato smontato. La Corte ha osservato che la correttezza formale è priva di valore di fronte alla circostanza, non contestata, della ‘mancata realizzazione dei lavori’. Se i lavori non sono mai stati eseguiti, il credito d’imposta è semplicemente inesistente, e qualsiasi procedura seguita per ottenerlo è parte della condotta fraudolenta.
Le Motivazioni della Sentenza
La motivazione della Cassazione si fonda su principi consolidati della procedura penale. Un ricorso per cassazione non è un terzo grado di giudizio nel merito, ma un controllo di legittimità sulla corretta applicazione della legge e sulla logicità della motivazione. Quando un ricorso si limita a riproporre le stesse questioni di fatto già valutate, senza evidenziare un vizio di legge o un’illogicità manifesta nella decisione impugnata, esso non assolve alla sua funzione e deve essere dichiarato inammissibile. Nel caso di specie, il Tribunale del riesame aveva fornito una motivazione ‘congrua, esaustiva ed immune da profili di manifesta illogicità’. La difesa non è riuscita a scalfire questa motivazione, rendendo il suo ricorso inammissibile.
Conclusioni
La sentenza in esame offre due importanti lezioni. La prima, di carattere processuale, ribadisce che un’impugnazione, specialmente in Cassazione, deve essere specifica e puntuale, dialogando criticamente con la decisione che contesta. Non è sufficiente ripetere le proprie ragioni. La seconda, di carattere sostanziale, conferma la linea dura della giurisprudenza contro le frodi in materia di bonus fiscali. La Corte chiarisce che artifizi contabili e pagamenti tra privati, inseriti in un disegno criminoso, non possono in alcun modo sanare l’illiceità derivante dalla creazione di crediti fiscali basati su operazioni inesistenti. Per l’indagato, l’esito è la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
Perché il ricorso dell’imprenditore è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché i suoi motivi sono stati giudicati generici e semplici ripetizioni delle argomentazioni già esaminate e respinte dal Tribunale del riesame, senza affrontare in modo specifico la motivazione della decisione impugnata.
Il versamento del 10% del valore dei lavori da parte del committente ha avuto rilevanza per la decisione?
No. La Corte ha stabilito che tale pagamento era irrilevante ai fini della decisione, in quanto effettuato verso un altro soggetto privato (l’appaltatore) e non verso lo Stato. Anzi, è stato considerato parte di rapporti contrattuali fittizi finalizzati a realizzare la frode.
Cosa succede quando un ricorso per cassazione viene dichiarato inammissibile?
Come stabilito dalla sentenza in base all’art. 616 del codice di procedura penale, la parte che ha presentato il ricorso viene condannata al pagamento delle spese del procedimento e di una somma in denaro in favore della Cassa delle ammende, in questo caso fissata in tremila euro.