Ricorso Inammissibile: La Cassazione sui Limiti dell’Impugnazione della Pena Concordata
L’istituto del concordato in appello, disciplinato dall’articolo 599-bis del codice di procedura penale, rappresenta uno strumento deflattivo del contenzioso, permettendo alle parti di accordarsi sulla pena. Tuttavia, una volta raggiunto tale accordo, quali sono i limiti per un’ulteriore impugnazione? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa luce sulla questione, confermando che un eventuale successivo ricorso è quasi sempre destinato a essere dichiarato ricorso inammissibile. Analizziamo nel dettaglio la vicenda processuale e i principi di diritto affermati.
I Fatti del Processo
Il caso ha origine da una sentenza del GUP del Tribunale di Verona, che aveva condannato un imputato per tentata rapina aggravata e porto illecito di strumenti atti ad offendere. La pena inflitta in primo grado era di 3 anni di reclusione e 1.800 euro di multa.
Successivamente, in sede di appello, la difesa dell’imputato e la Procura Generale presso la Corte d’appello di Venezia hanno raggiunto un accordo. L’imputato ha rinunciato a tutti i motivi di impugnazione, ad eccezione di quelli relativi al trattamento sanzionatorio. Le parti hanno quindi concordato una rideterminazione della pena, che la Corte d’appello ha ritenuto congrua e fissato in 2 anni e 6 mesi di reclusione e 1.400 euro di multa.
Nonostante l’accordo, la difesa ha proposto ricorso per cassazione, lamentando una presunta violazione di legge nella determinazione della pena, con specifico riferimento ai criteri degli articoli 133 e 133-bis del codice penale.
La Decisione della Corte: il Ricorso Inammissibile
La Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha ribadito un orientamento consolidato, secondo cui l’impugnazione di una sentenza emessa a seguito di concordato in appello è soggetta a limiti molto stringenti. Tale ricorso è consentito solo per motivi specifici e tassativi.
Le Motivazioni: Perché il Ricorso è Inammissibile?
La Corte Suprema ha chiarito che il ricorso avverso una sentenza ex art. 599-bis c.p.p. è possibile soltanto quando si deducano:
- Vizi nella formazione della volontà della parte di accedere al concordato.
- Vizi relativi al consenso del pubblico ministero.
- Un contenuto della pronuncia difforme rispetto all’accordo raggiunto tra le parti.
Al di fuori di queste ipotesi, non è possibile presentare doglianze su motivi a cui si è rinunciato, né sulla mancata valutazione delle condizioni per un proscioglimento ex art. 129 c.p.p. Soprattutto, e questo è il punto centrale del caso in esame, non si possono contestare vizi relativi alla determinazione della pena oggetto dell’accordo.
L’unica eccezione riguarda l’ipotesi in cui la pena applicata sia illegale. Tuttavia, la Cassazione, richiamando anche una pronuncia delle Sezioni Unite (sent. n. 877/2023), ha specificato che la pena è illegale solo se eccede i limiti edittali generali (artt. 23 ss. c.p.) e quelli previsti per la specifica fattispecie di reato. Non rilevano, invece, eventuali errori nei passaggi intermedi del calcolo che hanno portato alla determinazione della pena finale concordata, purché quest’ultima rientri nei limiti di legge. Nel caso di specie, la pena di 2 anni e 6 mesi era ampiamente all’interno della cornice edittale prevista per la tentata rapina aggravata, rendendo quindi la doglianza dell’imputato infondata e il ricorso, di conseguenza, inammissibile.
Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Pronuncia
Questa ordinanza rafforza la stabilità degli accordi processuali raggiunti in appello. La scelta di accedere al concordato comporta una rinuncia implicita a contestare i criteri di calcolo della pena, a meno che il risultato finale non sia una sanzione palesemente illegale perché fuori dai limiti minimi o massimi stabiliti dal legislatore. La decisione della Cassazione serve da monito: il concordato è un patto processuale che, una volta siglato e ratificato dal giudice, preclude la possibilità di ripensamenti basati sul merito del calcolo sanzionatorio. La conseguenza della presentazione di un ricorso al di fuori dei casi consentiti è, come visto, la sua inammissibilità, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
È possibile impugnare in Cassazione una pena che è stata concordata in appello?
No, di regola non è possibile. L’impugnazione è consentita solo per motivi eccezionali, come vizi nella formazione della volontà di accordarsi, vizi nel consenso del PM, o se la sentenza è difforme dall’accordo. Non si possono contestare i criteri di calcolo della pena, a meno che questa non sia illegale.
Cosa si intende per “pena illegale” che giustifica un ricorso nonostante un accordo?
Per pena illegale si intende una sanzione che si colloca al di fuori dei limiti minimi e massimi (limiti edittali) previsti dalla legge per quel specifico reato. Non rileva il fatto che i calcoli intermedi per arrivare a quella pena possano essere errati, purché il risultato finale sia legale.
Quali sono le conseguenze di un ricorso inammissibile?
La dichiarazione di inammissibilità del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro, stabilita equitativamente dal giudice, in favore della Cassa delle Ammende. Nel caso specifico, la somma è stata fissata in 3.000 euro.