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Ricorso inammissibile: Cassazione conferma condanna

La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile, confermando una sentenza di condanna. I motivi del ricorso sono stati giudicati come una mera riproposizione di censure già respinte in appello, prive di specificità. La Corte ha ribadito la correttezza della qualificazione del reato, che implicava artifici e raggiri, e ha confermato la discrezionalità del giudice di merito nel negare le attenuanti generiche e nel determinare la pena in base alla gravità del fatto.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 17272 Anno 2024
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Pubblicato il 7 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso Inammissibile: Quando l’Appello è Destinato al Fallimento

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17272 del 2024, offre un importante spunto di riflessione sui requisiti di ammissibilità dei ricorsi. Spesso, un appello può essere respinto non per l’infondatezza delle argomentazioni, ma perché formalmente carente. Questo caso evidenzia come la presentazione di un ricorso inammissibile, che si limita a ripetere doglianze già valutate, non possa trovare accoglimento presso la Suprema Corte, confermando la piena discrezionalità del giudice di merito nella valutazione della pena.

I Fatti del Caso

Una persona condannata in primo e secondo grado ricorreva in Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello. I motivi del ricorso erano principalmente due. In primo luogo, la difesa sosteneva che il fatto dovesse essere inquadrato in un reato meno grave (l’indebita percezione di erogazioni pubbliche ex art. 316-ter c.p.) rispetto a quello contestato, che evidentemente presupponeva un comportamento fraudolento più complesso. In secondo luogo, si lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e una determinazione della pena ritenuta eccessiva.

L’Analisi della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha esaminato i motivi del ricorso, giungendo a una declaratoria di inammissibilità. Vediamo nel dettaglio le ragioni che hanno condotto a questa decisione.

Il primo motivo di ricorso: la riqualificazione del reato

Sul primo punto, la Cassazione ha osservato che la richiesta di riqualificare il reato era una semplice riproposizione di argomenti già ampiamente esaminati e motivatamente respinti dalla Corte d’Appello. I giudici di secondo grado avevano chiarito in modo ‘congruo e coerente’ che la condotta dell’imputata non poteva rientrare nella fattispecie meno grave dell’art. 316-ter c.p. Questo perché la sua azione era stata caratterizzata da ‘artifici e raggiri’ specificamente diretti a ingannare l’ente erogatore del contributo. Tale complessità nell’azione fraudolenta escludeva la possibilità di una diversa e più favorevole qualificazione giuridica.

Il rigetto del ricorso inammissibile su pena e attenuanti

Anche il secondo motivo di ricorso è stato giudicato aspecifico e meramente ripetitivo. La ricorrente contestava la congruità della pena e il diniego delle attenuanti generiche. La Corte ha sottolineato come la decisione dei giudici di merito fosse ben motivata, facendo riferimento a elementi concreti come ‘l’oggettiva gravità della condotta’ e ‘l’entità del danno cagionato alla persona offesa’. Il ricorso, invece, non si confrontava con queste specifiche motivazioni, risultando così generico e, di conseguenza, inammissibile.

Le Motivazioni della Decisione

La decisione si fonda su due principi cardine del nostro ordinamento processuale. Il primo è che il ricorso per cassazione non può essere una mera ripetizione dei motivi d’appello. Deve invece contenere critiche specifiche e puntuali contro le argomentazioni della sentenza impugnata, evidenziando vizi di legittimità e non semplici divergenze di valutazione. Quando un ricorso manca di questa specificità, è considerato inammissibile.

Il secondo principio, richiamato esplicitamente dalla Corte, riguarda la discrezionalità del giudice di merito nella determinazione della pena. La graduazione della sanzione, nel rispetto dei limiti di legge (art. 133 c.p.), è una prerogativa del giudice che ha valutato le prove. Per assolvere al suo obbligo di motivazione, è sufficiente che il giudice faccia riferimento a criteri come la gravità del reato o la capacità a delinquere dell’imputato, usando espressioni come ‘pena congrua’ o ‘pena equa’. Una motivazione più dettagliata è richiesta solo quando la pena inflitta sia di gran lunga superiore alla media edittale, circostanza non verificatasi nel caso di specie.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame conferma un orientamento consolidato: per accedere al giudizio di legittimità, non basta essere in disaccordo con la decisione precedente, ma è necessario strutturare un ricorso che dialoghi criticamente con la motivazione della sentenza impugnata, senza limitarsi a riproporre le stesse argomentazioni. Inoltre, la decisione ribadisce l’ampia autonomia del giudice di merito nella commisurazione della pena, un potere discrezionale che può essere censurato solo in caso di motivazione mancante, palesemente illogica o contraddittoria. Per l’imputata, la declaratoria di inammissibilità ha comportato non solo la conferma della condanna, ma anche l’obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
La Corte lo ha dichiarato inammissibile perché i motivi proposti erano generici e si limitavano a ripetere le stesse censure già adeguatamente esaminate e respinte dalla Corte d’Appello, senza confrontarsi specificamente con le motivazioni della sentenza impugnata.

Quale principio è stato ribadito riguardo la motivazione della pena?
È stato ribadito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Per una motivazione adeguata è sufficiente il richiamo alla gravità del reato, a meno che la pena applicata non sia di gran lunga superiore alla misura media prevista dalla legge per quel reato, caso in cui è necessaria una spiegazione più dettagliata.

Perché non è stata accolta la richiesta di riqualificare il reato in una fattispecie meno grave?
La richiesta non è stata accolta perché la condotta dell’imputata era caratterizzata da ‘artifici e raggiri’ volti a ingannare l’ente erogatore, elementi che configurano un reato più grave rispetto alla semplice indebita percezione di erogazioni pubbliche (art. 316-ter c.p.), come già correttamente motivato dalla Corte d’Appello.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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