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Ricorso ‘fotocopia’: no della Cassazione e condanna definitiva

Un uomo, già condannato per evasione e false dichiarazioni a un pubblico ufficiale, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione lamentando una pena eccessiva. La Corte ha stabilito l’inammissibilità del ricorso per cassazione perché le sue argomentazioni erano una semplice ripetizione di quelle già presentate e respinte in appello. Questa decisione sottolinea un principio fondamentale: il ricorso in Cassazione non può essere un ‘copia-incolla’ dei motivi di appello. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l’uomo è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 12641 Anno 2023
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Pubblicato il 1 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Evasione e false dichiarazioni: quando il ricorso è inammissibile

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio cruciale nel processo penale, confermando la condanna di un uomo per evasione e false dichiarazioni. La vicenda offre lo spunto per comprendere le regole che governano l’ultimo grado di giudizio e le conseguenze della presentazione di un atto non conforme alla legge. Il caso in esame dimostra come la strategia difensiva debba essere calibrata per ogni fase del processo, evidenziando il concetto di inammissibilità del ricorso per cassazione quando questo si rivela una mera riproposizione di argomenti già valutati.

I fatti: la condanna per evasione e false generalità

La vicenda ha origine dalla condanna di un uomo per due specifici reati. Il primo è il reato di evasione, previsto dall’articolo 385 del Codice Penale, che punisce chi, legalmente arrestato o detenuto per un reato, evade. Il secondo è quello di false attestazioni a un pubblico ufficiale, disciplinato dall’articolo 495 del Codice Penale. Questo reato si configura quando una persona dichiara a un pubblico ufficiale, come un agente di polizia, un’identità o delle qualità personali false.

L’uomo era stato quindi ritenuto colpevole da un tribunale e la sua condanna era stata confermata anche dalla Corte d’Appello. A questo punto, l’unica strada rimasta per contestare la decisione era il ricorso alla Corte di Cassazione, il massimo organo della giustizia italiana.

Il ricorso: una semplice ripetizione delle stesse lamentele

L’imputato, attraverso il suo difensore, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. L’unico motivo di lamentela riguardava la presunta eccessività della pena ricevuta. In pratica, sosteneva che i giudici precedenti fossero stati troppo severi nel calcolare la sanzione, applicando in modo errato le norme che regolano la determinazione della pena, come l’articolo 133 del Codice Penale.

Tuttavia, i giudici della Cassazione hanno subito notato un problema fondamentale nel ricorso. Le argomentazioni presentate erano identiche, una ‘pedissequa reiterazione’, a quelle già esposte di fronte alla Corte d’Appello. Il ricorso non introduceva nuovi profili di illegittimità né evidenziava specifici errori di diritto commessi dai giudici del secondo grado. Era, in sostanza, un ‘copia-incolla’ delle censure già respinte.

Le motivazioni: perché scatta l’inammissibilità del ricorso per cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La motivazione è netta e si basa su un principio consolidato. Il giudizio di Cassazione non è un terzo grado di merito. Non si possono riproporre le stesse valutazioni sui fatti o le stesse lamentele generiche sulla pena. Il suo compito è quello di ‘filtro’: deve verificare che i giudici dei gradi precedenti abbiano applicato correttamente le norme di legge e che le loro sentenze siano logiche e prive di vizi.

Un ricorso che si limita a ripetere le stesse doglianze già esaminate e rigettate dalla Corte d’Appello, senza attaccare specificamente la logica della decisione di secondo grado, non assolve a questa funzione. Diventa un tentativo inutile di ottenere un nuovo giudizio sui fatti, cosa non permessa in sede di legittimità. Per questo motivo, la legge prevede la sanzione dell’inammissibilità del ricorso per cassazione.

Le conclusioni: la condanna diventa definitiva

L’esito pratico della decisione è stato molto chiaro. Dichiarando inammissibile il ricorso, la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sentenza di condanna della Corte d’Appello. L’uomo non ha più alcuna possibilità di impugnare la decisione. Oltre a questo, è stato condannato a pagare le spese del procedimento e a versare una somma di 3.000 euro alla Cassa delle ammende. Questa sanzione pecuniaria è prevista proprio per i casi di ricorso inammissibile, per disincentivare impugnazioni presentate senza validi motivi di diritto.

Cosa significa che un ricorso in Cassazione è ‘inammissibile’?
Significa che la Corte non lo esamina nel merito perché manca dei requisiti di legge, ad esempio se si limita a ripetere argomenti già respinti senza individuare specifici errori di diritto.

Posso presentare in Cassazione le stesse ragioni dell’appello?
No, il ricorso in Cassazione non è un terzo processo sui fatti. Deve denunciare specifici errori di applicazione della legge commessi dal giudice precedente, non può essere una semplice riproposizione delle stesse difese.

Cosa succede dopo una dichiarazione di inammissibilità?
La sentenza precedente diventa definitiva e non può più essere impugnata. L’imputato viene anche condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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