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Resistenza a pubblico ufficiale: stare nel gruppo non basta

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l’annullamento delle misure cautelari per due tifosi. Il primo era accusato di aver brandito una bandiera durante un incontro di calcio, condotta ritenuta priva di concreto pericolo. Il secondo era accusato di resistenza a pubblico ufficiale per aver fatto parte di un gruppo di tifosi che aveva fronteggiato la polizia. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice presenza fisica in un gruppo non basta a configurare il reato di resistenza a pubblico ufficiale in concorso, se manca la prova di un contributo causale specifico alla condotta violenta e se il soggetto si era precedentemente allontanato posizionandosi ai margini del gruppo.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 29956 Anno 2023
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Pubblicato il 17 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Scontri allo stadio e accuse di resistenza a pubblico ufficiale

Gli eventi sportivi possono purtroppo trasformarsi in scenari di forte tensione e scontri. In questo contesto, la linea di demarcazione tra la partecipazione passiva a una protesta di gruppo e il reato di resistenza a pubblico ufficiale è spesso estremamente sottile. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato questo tema delicato, stabilendo confini giuridici molto chiari per l’attribuzione della responsabilità penale durante i disordini negli stadi. La vicenda nasce da un acceso scontro tra tifoserie opposte, dove le forze dell’ordine sono dovute intervenire con forza per ripristinare l’ordine pubblico.

Il caso: la bandiera brandita e la presenza nel gruppo

Durante un acceso incontro di calcio, due sostenitori sono stati sottoposti alla misura cautelare dell’obbligo di dimora (la restrizione che impone di non allontanarsi dal proprio comune). Il Pubblico Ministero muoveva accuse distinte. Il primo tifoso era accusato di aver brandito l’asta di una bandiera in modo minaccioso verso la tifoseria avversaria, creando un pericolo concreto per l’incolumità pubblica. Il secondo tifoso doveva invece rispondere del grave reato di resistenza a pubblico ufficiale. Secondo la tesi dell’accusa, quest’ultimo faceva parte attiva di un gruppo di facinorosi che aveva spinto con violenza gli agenti di polizia. Il Tribunale del Riesame ha tuttavia annullato le misure restrittive, spingendo il Pubblico Ministero a presentare un ricorso urgente davanti alla Corte di Cassazione.

Quando la presenza passiva non costituisce reato

Il nocciolo della questione giuridica riguarda la responsabilità di gruppo e il concorso di persone nel reato. Nel nostro ordinamento penale vige il principio cardine della responsabilità personale. Questo significa che non si può punire un cittadino per il solo fatto di trovarsi fisicamente in un luogo dove si commettono illeciti. Per il primo tifoso, i giudici hanno chiarito che il semplice atto di agitare una bandiera non equivale a lanciare un oggetto contundente. Senza la prova di un pericolo reale, concreto e immediato, il reato non può considerarsi integrato. Per il secondo tifoso, la situazione presentava dinamiche simili. L’indagato si era inizialmente avvicinato al cordone di polizia, ma all’avanzare degli agenti era arretrato, posizionandosi ai margini della folla.

Le motivazioni della Cassazione sulla resistenza a pubblico ufficiale

I giudici della Suprema Corte hanno dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, confermando l’annullamento delle misure cautelari. Nelle motivazioni della sentenza, la Corte ha spiegato che per configurare il reato di resistenza a pubblico ufficiale non è sufficiente la mera presenza fisica all’interno di una folla concitata o ostile. Il comportamento del singolo individuo deve fornire un contributo causale (un aiuto materiale o un incitamento morale) all’azione violenta complessiva. Nel caso in esame, le riprese video dimostravano che il secondo tifoso si era defilato prima che il gruppo avanzasse nuovamente contro le forze dell’ordine. Non vi era alcuna prova che egli avesse spinto i poliziotti o che avesse istigato gli altri a farlo. Pertanto, la condotta violenta degli altri tifosi non poteva essergli addebitata.

Le conclusioni dei giudici sul caso concreto

La decisione della Corte di Cassazione ribadisce un principio di civiltà giuridica fondamentale. La responsabilità penale per il reato di resistenza a pubblico ufficiale non può essere applicata in modo collettivo o presunto. Per limitare la libertà di un cittadino servono indizi gravi, precisi e concordanti riferiti alla sua specifica condotta. Chi si limita a sventolare una bandiera o decide di fare un passo indietro per evitare lo scontro non può rispondere delle azioni violente commesse da terzi. Il ricorso del Pubblico Ministero è stato definitivamente respinto, confermando la correttezza della decisione del Tribunale del Riesame e tutelando i diritti dei singoli contro le accuse generiche.

Basta trovarsi all’interno di un gruppo violento per essere accusati di resistenza a pubblico ufficiale?
No, la semplice presenza fisica in un gruppo non è sufficiente. Occorre dimostrare che il singolo abbia fornito un contributo concreto o morale alla condotta violenta contro gli agenti.

Agitare una bandiera o un’asta durante una partita di calcio costituisce reato?
Sventolare una bandiera non è reato, a meno che l’oggetto non venga lanciato o utilizzato in modo tale da creare un pericolo concreto e immediato per l’incolumità delle persone.

Cosa succede se un indagato si allontana dai disordini prima dello scontro con la polizia?
Se il soggetto si sposta ai margini o si allontana, non gli si possono attribuire le successive condotte violente del gruppo, poiché manca il nesso di causalità con l’azione illecita.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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