\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Reddito di cittadinanza: la falsa dichiarazione è reato

La Corte di Cassazione ha annullato l’assoluzione di una cittadina straniera accusata di aver falsamente dichiarato di risiedere in Italia da 10 anni per ottenere il reddito di cittadinanza. Sebbene la Corte Costituzionale abbia ridotto il requisito di residenza da 10 a 5 anni, la Cassazione ha stabilito che, non avendo l’imputata maturato neanche il requisito quinquennale, la sua dichiarazione mendace costituisce ancora reato.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 3967 Anno 2026
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 11 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reddito di Cittadinanza: Anche con Requisiti Ridotti, la Falsa Dichiarazione Resta Reato

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha riaffermato un principio cruciale in materia di reddito di cittadinanza: dichiarare il falso per ottenere il beneficio costituisce reato, anche alla luce dei recenti interventi della Corte Costituzionale che hanno modificato i requisiti di accesso. Il caso analizzato chiarisce il complesso dialogo tra normativa nazionale, diritto europeo e principi costituzionali, offrendo una guida interpretativa fondamentale.

I Fatti del Caso

Una cittadina straniera era stata assolta in primo grado dal reato di falsa dichiarazione finalizzata all’ottenimento del reddito di cittadinanza. La donna aveva attestato di risiedere in Italia da almeno dieci anni, requisito originariamente previsto dalla legge. Tuttavia, le verifiche avevano dimostrato che la sua residenza risaliva a meno di tre anni prima della domanda. Il giudice di primo grado aveva deciso per l’assoluzione, ritenendo la norma italiana in contrasto con la direttiva comunitaria 2003/109 e procedendo alla sua disapplicazione.

Contro questa decisione, il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che, nonostante le questioni di compatibilità normativa, il fatto contestato mantenesse la sua rilevanza penale.

Il Complesso Dialogo tra Corti sul Reddito di Cittadinanza

La questione ruota attorno al requisito della residenza decennale, che è stato oggetto di un intenso dibattito giuridico:

  1. Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Sent. 29/07/2024): Aveva stabilito che richiedere una residenza di dieci anni per l’accesso a prestazioni sociali come il reddito di cittadinanza fosse in contrasto con il diritto europeo, in particolare con la direttiva sullo status dei cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo.

  2. Corte Costituzionale (Sent. n. 31/2025): Intervenendo sulla questione, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del requisito di dieci anni, ma non ha eliminato del tutto un criterio di radicamento territoriale. Ha invece ritenuto congruo e legittimo un requisito di residenza di almeno cinque anni.

Questa pronuncia ha fatto chiarezza, stabilendo che un requisito di residenza è ammissibile, ma deve essere proporzionato. Il reddito di cittadinanza, infatti, non è un mero sussidio, ma una misura complessa di inclusione attiva che giustifica la richiesta di un legame stabile con il territorio.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte, accogliendo il ricorso del Procuratore Generale, ha annullato la sentenza di assoluzione. Il ragionamento è lineare: sebbene la Corte Costituzionale abbia ridotto il requisito da dieci a cinque anni, l’imputata non soddisfaceva neanche quest’ultimo. Al momento della domanda, la sua residenza in Italia era inferiore ai cinque anni.

Di conseguenza, la sua dichiarazione di risiedere da dieci anni non era solo falsa rispetto al requisito originario, ma anche rispetto a quello ridotto e ritenuto legittimo. Il fatto, quindi, non ha perso la sua natura di reato.

Le motivazioni

La Cassazione ha sottolineato che il giudice di primo grado ha errato nel disapplicare la norma in toto. L’intervento della Corte Costituzionale non ha abolito il reato, ma ha ridefinito uno dei suoi presupposti (la durata della residenza). Poiché l’imputata non possedeva neppure il requisito minimo di cinque anni, la sua condotta integrava pienamente la fattispecie penale prevista dall’art. 7 del D.L. 4/2019. L’assoluzione ‘perché il fatto non è previsto dalla legge come reato’ era, pertanto, giuridicamente infondata. La condotta di chi dichiara il falso per accedere a un beneficio a cui non avrebbe comunque diritto rimane penalmente rilevante.

Le conclusioni

Questa sentenza consolida un importante principio: le modifiche normative o le dichiarazioni di parziale incostituzionalità non comportano un’automatica sanatoria per le condotte illecite. Chi dichiara falsamente di possedere i requisiti per il reddito di cittadinanza commette reato se, alla prova dei fatti, non possiede neanche i requisiti minimi come ridefiniti dalla giurisprudenza costituzionale. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio alla Corte d’Appello per un nuovo giudizio.

È ancora reato dichiarare falsamente di risiedere in Italia da 10 anni per ottenere il reddito di cittadinanza?
Sì, è ancora reato. La Corte di Cassazione ha chiarito che, anche se la Corte Costituzionale ha ridotto il requisito di residenza a 5 anni, la falsa dichiarazione rimane una condotta penalmente rilevante se il richiedente non possiede neanche il requisito minimo di residenza quinquennale.

Qual è il requisito di residenza minimo per il reddito di cittadinanza ritenuto legittimo dalla Corte Costituzionale?
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 31 del 2025, ha stabilito che il requisito di residenza legittimo per l’accesso al reddito di cittadinanza è di almeno cinque anni, anziché i dieci anni originariamente previsti.

La disapplicazione della norma italiana da parte del giudice di primo grado era corretta?
No. Secondo la Corte di Cassazione, il giudice di primo grado ha errato nel disapplicare la norma, poiché l’intervento della Corte Costituzionale non ha eliminato il requisito della residenza, ma lo ha solo ridotto. Di conseguenza, il fatto contestato all’imputata era ancora previsto dalla legge come reato.

Provvedimenti correlati

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati