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Reddito di cittadinanza: condanna per dati falsi ISEE

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per due coniugi responsabili di aver ottenuto indebitamente il Reddito di cittadinanza attraverso dichiarazioni false. L’imputato aveva attestato una residenza fittizia e la condizione di casalinga della moglie, la quale era invece titolare di una partita IVA attiva nel commercio di carni e bestiame. La Suprema Corte ha chiarito che il reato si configura non solo quando il beneficio non spetta affatto, ma anche quando le false indicazioni portano all’erogazione di un importo superiore a quello dovuto. È stata inoltre negata l’applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della rilevanza economica dell’attività commerciale esercitata in nero.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 43820 Anno 2023
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Pubblicato il 29 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Reddito di cittadinanza: le conseguenze penali delle false dichiarazioni ISEE

Ottenere il Reddito di cittadinanza fornendo dati non veritieri all’amministrazione pubblica costituisce un reato grave che può condurre alla reclusione. Una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha analizzato il caso di una coppia che, attraverso l’omissione di redditi derivanti da un’attività commerciale, ha percepito indebitamente il sussidio statale.

Il caso: attività in nero e Reddito di cittadinanza

La vicenda trae origine dalla condanna di due coniugi per i reati di falso e indebita percezione di erogazioni pubbliche. Nello specifico, il marito aveva presentato una Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU) ai fini del calcolo ISEE indicando una residenza diversa da quella reale e dichiarando che la moglie fosse una casalinga priva di reddito.

Le indagini della Guardia di Finanza hanno invece rivelato una realtà differente: la donna era titolare di una partita IVA attiva nel settore del commercio al dettaglio di carni e bestiame. L’attività, condotta prevalentemente “in nero”, generava un reddito annuo significativo, accertato attraverso ispezioni domiciliari dove sono stati rinvenuti attrezzi da macello e scarti di lavorazione, oltre all’analisi dei flussi sui conti correnti.

La decisione della Suprema Corte

I ricorrenti hanno impugnato la sentenza di appello lamentando vizi di motivazione e richiedendo l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando la solidità dell’impianto accusatorio.

Secondo i giudici, la condotta di chi fornisce indicazioni false o omette informazioni dovute per ottenere il Reddito di cittadinanza integra perfettamente la fattispecie di reato prevista dalla normativa speciale. Non rileva il fatto che i soggetti potessero essere, in astratto, disoccupati: ciò che conta è la divergenza tra quanto dichiarato e la situazione patrimoniale effettiva, finalizzata a ottenere un vantaggio economico non spettante.

L’esclusione della particolare tenuità

Un punto centrale della discussione ha riguardato l’applicabilità dell’art. 131-bis c.p. La difesa sosteneva che l’esiguità del danno e le modalità della condotta potessero giustificare l’esclusione della punibilità. Tuttavia, la Corte ha ribadito che l’esercizio di un’attività commerciale non marginale, come l’allevamento e la compravendita di animali, unita all’ingente provento percepito indebitamente, impedisce di considerare il fatto come “tenue”.

Le motivazioni

Le motivazioni della sentenza si fondano sul principio di specificità del ricorso. La Corte ha rilevato che la difesa non ha contestato puntualmente gli accertamenti della polizia giudiziaria, limitandosi a riproporre argomenti già respinti nei gradi di merito. Inoltre, è stato chiarito che il reato di cui all’art. 7 del d.l. 4/2019 punisce anche il conseguimento di un beneficio di importo maggiore rispetto a quello a cui si avrebbe avuto diritto, equiparando tale condotta alla percezione totale del sussidio non spettante. La prova dell’attività economica è stata considerata schiacciante, basata su riscontri oggettivi e non su mere presunzioni tributarie.

Le conclusioni

Le conclusioni della Cassazione sottolineano il rigore necessario nel contrasto alle frodi sui sussidi pubblici. La condanna definitiva evidenzia come l’omissione di redditi, anche se derivanti da attività non regolarizzate, comporti la perdita dei benefici e l’instaurazione di un procedimento penale. La sentenza conferma che la personalità degli imputati e l’entità del falso commesso sono parametri fondamentali per la determinazione della pena, che in questo caso è stata ritenuta congrua e prossima ai minimi edittali, nonostante la gravità del comportamento fraudolento.

Cosa rischia chi dichiara il falso per ottenere il Reddito di cittadinanza?
Il soggetto rischia una condanna penale ai sensi dell’art. 7 del d.l. 4/2019, che prevede la reclusione per chi presenta dichiarazioni mendaci o omette informazioni rilevanti per ottenere il beneficio.

Il reddito derivante da attività in nero deve essere dichiarato ai fini ISEE?
Sì, ogni forma di reddito percepito deve essere indicata correttamente. L’omissione di redditi da attività non regolarizzate integra il reato di falso se finalizzata a ottenere indebitamente sussidi pubblici.

Si può ottenere l’esclusione della pena per particolare tenuità del fatto?
No, se l’attività economica omessa è rilevante e il profitto indebito è ingente, i giudici escludono la particolare tenuità del fatto a causa della gravità dell’offesa al patrimonio pubblico.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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