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Reato di rissa: la difesa attiva cancella la legittima difesa

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di rissa a carico di quattro soggetti coinvolti in un violento scontro a Tropea per questioni immobiliari. Gli imputati sostenevano di aver agito per legittima difesa e a tutela del possesso del bene, invocando il principio del ‘vim vi repellere licet’. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che il reato di rissa esclude la legittima difesa quando i partecipanti si colpiscono attivamente a vicenda con calci e pugni, anziché limitarsi a difendersi passivamente o a fuggire. Inoltre, la presenza delle forze dell’ordine sul posto escludeva la necessità di farsi giustizia da soli. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 1 Num. 3801 Anno 2022
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Pubblicato il 10 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale

Il reato di rissa e i confini della legittima difesa

La convivenza civile impone il rispetto delle regole e vieta di farsi giustizia da soli. Quando scoppia una violenta lite tra più persone, si configura il reato di rissa, una fattispecie penale che punisce la partecipazione attiva a uno scontro fisico. Molto spesso, chi viene coinvolto in queste situazioni tenta di difendersi sostenendo di aver agito solo per proteggere se stesso o i propri beni. La legge stabilisce però confini molto rigidi per l’applicazione delle cause di giustificazione. Non basta affermare di essere stati aggrediti per evitare la condanna penale, specialmente se la reazione si trasforma in un contrattacco violento.

La vicenda: uno scontro violento per un immobile

La vicenda nasce da una accesa disputa di natura civilistica riguardante la proprietà e il possesso di un immobile situato a Tropea. Un gruppo familiare, guidato da un soggetto che riteneva di aver subito uno spoglio del possesso, ha deciso di affrontare la controparte. Lo scontro è iniziato nella piazza principale del paese per poi spostarsi davanti e dentro l’edificio conteso. I due gruppi contrapposti si sono affrontati con estrema violenza, colpendosi reciprocamente con calci e pugni. Nonostante il tempestivo intervento delle forze dell’ordine, i partecipanti hanno continuato la colluttazione anche all’interno dell’androne del palazzo. Alcuni dei soggetti coinvolti hanno riportato lesioni personali, aggravando così la posizione giuridica di tutti i partecipanti.

Quando la difesa attiva esclude la scriminante nel reato di rissa

La difesa dei partecipanti si è basata principalmente sulla richiesta di applicazione della legittima difesa. Gli imputati sostenevano di aver agito esclusivamente per respingere l’intrusione violenta della controparte nell’immobile dove esercitavano la propria attività lavorativa. Tuttavia, la giurisprudenza adotta un orientamento molto severo su questo punto. La legittima difesa non può essere invocata quando i soggetti partecipano attivamente allo scontro. Chi decide di rispondere ai colpi sferrando a sua volta calci e pugni non si sta difendendo, ma sta alimentando la violenza. Per beneficiare della scriminante, il soggetto deve mantenere un comportamento del tutto passivo, limitandosi a parare i colpi o a fuggire per evitare il peggio.

Le motivazioni della Cassazione sul reato di rissa

I giudici della Corte di Cassazione hanno confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando le tesi difensive degli imputati. La Suprema Corte ha chiarito che l’elemento soggettivo del reato di rissa, ossia la volontà di offendersi reciprocamente, era pienamente integrato dalla condotta attiva di entrambi i gruppi. Non vi è stata una semplice aggressione unilaterale seguita da una reazione difensiva proporzionata. Al contrario, si è assistito a un vero e proprio scontro bilaterale in cui ciascuna fazione voleva sopraffare l’altra. Inoltre, i giudici hanno escluso l’applicabilità della scriminante del ‘vim vi repellere licet’ (respingere la violenza con la violenza). Questa particolare tutela del possesso richiede che la reazione avvenga nell’immediatezza dello spoglio e in assenza di alternative. Nel caso specifico, la presenza delle forze dell’ordine sul posto rendeva possibile e doveroso il ricorso all’autorità pubblica anziché l’uso della forza privata.

Le conclusioni sul caso concreto

La sentenza della Cassazione ribadisce un principio fondamentale per l’ordine pubblico. Chi partecipa attivamente a una colluttazione risponde sempre del reato di rissa, anche se ritiene di difendere un proprio diritto o un proprio bene. La reazione violenta e attiva cancella qualsiasi possibilità di invocare la legittima difesa. I ricorsi presentati dagli imputati sono stati pertanto dichiarati inammissibili. Questa decisione comporta la definitività della condanna penale e l’obbligo per i ricorrenti di pagare le spese del procedimento. Oltre a ciò, i soggetti dovranno versare una somma di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende come sanzione per aver proposto un ricorso infondato.

Si può invocare la legittima difesa durante una rissa?
La legittima difesa è applicabile solo se un partecipante assume un ruolo puramente passivo, limitandosi a parare i colpi o a fuggire, e non quando colpisce attivamente gli avversari.

Che cosa significa l’espressione latina vim vi repellere licet?
Indica il diritto di respingere la violenza con la violenza per difendere il possesso di un bene, ma può essere usato solo nell’immediatezza del fatto e se non è possibile chiamare subito un giudice.

Quali sono le conseguenze se la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso?
Il ricorrente perde definitivamente la causa, la condanna precedente diventa irrevocabile e si deve pagare una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende oltre alle spese processuali.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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