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Reato di minaccia: condannato il fratello, assolta la sorella

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di minaccia nei confronti di un uomo che aveva pronunciato la frase “te la faremo pagare a caro prezzo”. I giudici hanno chiarito che l’uso del plurale esprime chiaramente la volontà di causare un danno, rendendo la condotta idonea a intimorire la vittima. Al contrario, la Corte ha accolto il ricorso della sorella dell’imputato, precedentemente assolta da ogni accusa. Poiché totalmente vittoriosa, la donna non doveva essere condannata al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la condanna alle spese per l’assolta, mentre ha dichiarato inammissibile il ricorso del fratello, condannandolo anche al pagamento delle spese di giudizio e a una sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 12794 Anno 2022
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Pubblicato il 21 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il reato di minaccia e la frase “te la faremo pagare”

Pronunciare parole intimidatorie nei confronti di qualcuno può costare molto caro. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso riguardante il reato di minaccia, stabilendo confini chiari su cosa costituisca un pericolo per la libertà psichica di una persona. La vicenda nasce da un acceso scontro verbale, durante il quale un uomo ha rivolto alla vittima la frase “te la faremo pagare a caro prezzo”. Questo comportamento ha dato il via a un percorso giudiziario.

Inizialmente, il Giudice di pace aveva condannato sia l’uomo, per i reati di minaccia e diffamazione (l’offesa alla reputazione di una persona assente), sia sua sorella, accusata di diffamazione. Successivamente, il Tribunale ha riformato la decisione. Il giudice di secondo grado ha assolto l’uomo dal reato di diffamazione, confermando però la condanna per le minacce. La sorella è stata completamente assolta da ogni accusa. Nonostante l’assoluzione della donna, il Tribunale ha omesso di revocare la condanna al pagamento delle spese processuali in favore della vittima, costituitasi parte civile (il soggetto danneggiato che chiede il risarcimento). Entrambi hanno quindi presentato ricorso in Cassazione.

La difesa dell’imputato e l’uso del plurale

L’imputato ha basato la sua difesa su due argomenti. In primo luogo, ha contestato l’attendibilità della persona offesa. In secondo luogo, la difesa ha sostenuto che l’espressione utilizzata non potesse configurare un illecito penale. Secondo questa tesi, la frase “te la faremo pagare a caro prezzo” sarebbe stata troppo generica. La difesa sosteneva che, mancando l’indicazione di un male specifico dipendente dalla sola volontà dell’autore, non vi fosse alcuna reale intimidazione.

La sorella dell’imputato ha invece contestato l’ingiustizia della decisione sulle spese legali. Essendo stata assolta da ogni accusa, la donna non poteva essere costretta a pagare le spese di rappresentanza della parte civile. La sua assoluzione totale doveva comportare la cancellazione di ogni obbligo economico.

Le motivazioni della sentenza sul reato di minaccia

I giudici della Suprema Corte hanno respinto le tesi dell’imputato, dichiarando il suo ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che, per la configurazione del reato di minaccia, non è necessario che la vittima provi un effettivo stato di terrore. Questo illecito è infatti un reato di pericolo. Per la legge è sufficiente che la condotta sia potenzialmente idonea a intimorire una persona media, limitando la sua libertà di determinazione.

Inoltre, i magistrati hanno smontato l’argomento relativo all’uso della prima persona plurale. L’espressione “te la faremo pagare”, lungi dall’essere impersonale, esplicita chiaramente che il male prospettato dipende dalla volontà di chi pronuncia la frase. L’indeterminatezza del male promesso non esclude il reato, poiché la situazione concreta permetteva alla vittima di percepire la gravità del pericolo.

Le conclusioni della Cassazione e la ripartizione delle spese

La Corte di Cassazione ha concluso il giudizio con due decisioni opposte per i ricorrenti. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell’uomo. Questa decisione comporta la conferma definitiva della sua condanna per il reato di minaccia. L’imputato deve pagare le spese del procedimento, versare una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende e rimborsare tremila euro alla parte civile per le spese di difesa.

Al contrario, la Corte ha accolto il ricorso della sorella. I giudici hanno annullato senza rinvio (senza disporre un nuovo processo) la sentenza di secondo grado nella parte in cui condannava la donna al pagamento delle spese processuali. L’assoluzione totale cancella ogni obbligo economico. Chi vince interamente il processo non può subire le conseguenze della soccombenza (la perdita della causa).

Quando una frase generica costituisce una minaccia punibile?
Una frase costituisce minaccia quando è potenzialmente idonea a intimorire una persona media, anche se il male promesso non è specificato nei dettagli.

L’uso del plurale esclude la responsabilità penale per minaccia?
No, l’uso del plurale dimostra che il male prospettato dipende comunque dalla volontà di chi pronuncia la frase e dei suoi eventuali alleati.

Chi viene assolto deve pagare le spese legali della parte civile?
No, l’assoluzione totale cancella l’obbligo di rimborsare le spese processuali sostenute dalla persona offesa nel corso del giudizio.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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