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Reato di evasione per molestare l’ex: Cassazione nega sconti

Un uomo, già agli arresti domiciliari per stalking, commette il reato di evasione per tornare sotto casa della ex moglie e molestarla di nuovo. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna, respingendo le richieste di sconti di pena. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che la condotta dell’imputato e i suoi precedenti penali non permettevano di considerare il fatto di lieve entità. La decisione evidenzia come la finalità dell’evasione, ovvero tornare a spaventare la vittima, aggravi la posizione dell’imputato, rendendo impossibile l’applicazione di qualsiasi beneficio.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 22188 Anno 2023
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Pubblicato il 14 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Evasione per perseguitare l’ex: nessuna clemenza

La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso che intreccia due gravi fenomeni criminali: lo stalking e il reato di evasione. La vicenda riguarda un uomo, già sottoposto a una misura restrittiva per atti persecutori nei confronti della sua ex moglie, che ha violato tali obblighi per tornare a molestarla. Questa decisione stabilisce un principio importante: la finalità con cui si evade è fondamentale per valutare la gravità della condotta e la possibilità di concedere sconti di pena.

I fatti all’origine della vicenda

La storia inizia con un uomo già condannato per stalking. A causa di questo reato, un giudice gli aveva imposto una misura cautelare, probabilmente gli arresti domiciliari, per impedirgli di avvicinarsi alla sua ex moglie. Nonostante il divieto, l’uomo ha deciso di allontanarsi dal luogo di detenzione. Non lo ha fatto per una necessità impellente, ma con uno scopo preciso: recarsi nuovamente sotto l’abitazione della donna per ‘molestarla e spaventarla’. Le forze dell’ordine hanno accertato la violazione, facendo scattare una nuova accusa per il reato di evasione.

Le richieste della difesa

Di fronte alla condanna per evasione, la difesa dell’imputato ha presentato ricorso in Cassazione. Le richieste erano mirate a ottenere un trattamento sanzionatorio più mite. In particolare, si chiedeva di applicare la causa di non punibilità per ‘particolare tenuità del fatto’ (prevista dall’articolo 131-bis del codice penale). Secondo la difesa, l’evasione in sé non era stata così grave da meritare una condanna. Inoltre, si insisteva per la concessione delle circostanze attenuanti generiche, che avrebbero comportato una riduzione della pena. L’imputato contestava anche l’applicazione della recidiva, cioè l’aumento di pena previsto per chi commette un reato dopo una condanna precedente.

Il reato di evasione e le sue implicazioni

Il reato di evasione punisce chi si sottrae a una misura restrittiva della libertà personale. La legge non protegge solo l’amministrazione della giustizia, ma anche la sicurezza della collettività. In questo caso specifico, la misura restrittiva serviva a proteggere una persona vulnerabile, la vittima di stalking. L’evasione, quindi, non è stata una semplice violazione formale, ma un atto che ha messo nuovamente in pericolo la vittima, vanificando lo scopo primario della misura cautelare. Questo contesto è stato decisivo per la valutazione dei giudici.

Le motivazioni: perché la Cassazione ha respinto il ricorso

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in pieno la condanna. I giudici hanno spiegato che le richieste della difesa erano generiche e non tenevano conto degli elementi chiave del caso. Primo, le modalità del fatto: l’uomo non è evaso per caso, ma con l’intenzione specifica di tornare a spaventare la sua vittima. Questo dimostra una personalità incline a delinquere e una totale noncuranza per le decisioni del giudice. Secondo, i gravi precedenti penali dell’imputato erano un ostacolo insormontabile per un giudizio positivo sulla sua personalità. Unire la finalità persecutoria dell’evasione ai precedenti ha reso impossibile considerare il fatto di ‘particolare tenuità’.

Le conclusioni: nessuna attenuante per chi evade per perseguitare

L’esito del processo è chiaro: l’imputato ha perso il ricorso. La sua condanna per il reato di evasione è diventata definitiva. Oltre a scontare la pena, è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. La sentenza ribadisce che non può esserci clemenza per chi viola una misura restrittiva con lo scopo di commettere un altro reato, specialmente se questo mira a perseguitare una vittima già riconosciuta come tale. La protezione delle vittime prevale su ogni tentativo di minimizzare la gravità della propria condotta.

Cosa si rischia per il reato di evasione?
Il reato di evasione è punito con la reclusione. La pena può aumentare se il fatto è commesso con violenza o minaccia, o se l’evasione è commessa per perpetrare un altro delitto, come nel caso analizzato.

È possibile ottenere uno sconto di pena per evasione se si torna a molestare la vittima?
No. Come chiarito dalla Cassazione, evadere con lo scopo di molestare o spaventare la vittima di un precedente reato è una circostanza che aggrava la condotta e dimostra pericolosità sociale, rendendo quasi impossibile ottenere benefici come la non punibilità per tenuità del fatto o le attenuanti generiche.

Avere precedenti penali influisce sulla condanna per evasione?
Sì, i precedenti penali, specialmente se specifici (cioè per reati della stessa natura), sono un elemento che il giudice valuta negativamente. Possono impedire la concessione di benefici e portare all’applicazione della recidiva, con un conseguente aumento della pena.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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