\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Reato di diffamazione: insulti in comune e condanna confermata

Un amministratore locale è stato condannato per il reato di diffamazione dopo aver espresso frasi denigratorie verso un professionista, definendolo incompetente e cialtrone alla presenza di una cittadina e di un funzionario comunale. L’imputato ha proposto ricorso sostenendo che mancasse il requisito della comunicazione con più persone, poiché uno dei presenti era coimputato nel medesimo fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso precisando che, sebbene il coimputato in concorso non possa essere conteggiato tra i terzi destinatari dell’offesa, la presenza contestuale di un altro soggetto estraneo integra la pluralità di ascoltatori richiesta. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile anche per i vizi di motivazione dedotti, non consentiti per reati attribuiti al Giudice di Pace, con conseguente condanna alle spese del ricorrente.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 27450 Anno 2026
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 1 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il reato di diffamazione e la presenza di più persone

La Corte di Cassazione ha chiarito importanti aspetti relativi al reato di diffamazione quando le offese avvengono all’interno di uffici pubblici alla presenza di testimoni. Una conversazione informale o una riunione lavorativa possono trasformarsi in un illecito penale se le espressioni utilizzate ledono la reputazione di un soggetto assente. La norma richiede infatti che le affermazioni denigratorie siano percepite da almeno due persone distinte per configurare l’illecito penale.

Nel caso di specie, un amministratore locale ha rivolto epiteti fortemente denigratori nei confronti di un professionista. L’uomo lo ha definito poco preparato e inaffidabile di fronte a una cittadina e ad altri soggetti presenti nell’edificio comunale. A seguito della querela presentata dal professionista offeso, i giudici di merito hanno ritenuto penalmente responsabile l’autore delle parole offensive.

L’imputato ha quindi impugnato la sentenza di condanna dinanzi alla Suprema Corte. La difesa ha sostenuto che non fosse stato raggiunto il numero minimo di ascoltatori previsto dalla legge. Secondo la tesi difensiva, uno dei soggetti presenti non poteva essere conteggiato tra i terzi estranei, essendo stato inizialmente coinvolto nelle indagini come presunto coimputato nel medesimo illecito.

Quando si configura il reato di diffamazione tra presenti

Per comprendere la decisione occorre analizzare la struttura fondamentale dell’illecito. Il reato di diffamazione richiede la divulgazione di affermazioni lesive della reputazione a più persone, ossia ad almeno due soggetti diversi dalla persona offesa. Tali ascoltatori devono trovarsi nella condizione di apprendere e comprendere chiaramente il contenuto denigratorio espresso dal soggetto agente.

La questione giuridica principale ha riguardato l’individuazione dei soggetti da conteggiare tra i destinatari della comunicazione. La giurisprudenza stabilisce che chi viene accusato di aver commesso l’offesa in concorso con l’autore principale non può far parte della pluralità di ascoltatori. Chi condivide l’imputazione rappresenta la parte attiva della condotta e non un destinatario terzo del messaggio.

Tuttavia, la presenza di ulteriori soggetti nella stanza modifica radicalmente la situazione probatoria. Se oltre all’interlocutore diretto e all’eventuale coimputato assiste alla scena un altro individuo del tutto estraneo al concorso, la condizione richiesta dalla legge risulta pienamente soddisfatta. La comunicazione si considera estesa a una pluralità di individui capaci di percepire il discredito arrecato alla vittima.

Limiti del ricorso per il reato di diffamazione

La difesa dell’imputato ha cercato di contestare la ricostruzione dei fatti fornita dai testimoni nelle fasi precedenti del giudizio. I giudici di legittimità hanno ricordato che le norme procedurali stabiliscono precisi limiti per i ricorsi relativi a reati di competenza del Giudice di Pace.

In questo ambito specifico, l’ordinamento vieta di proporre ricorso in Cassazione lamentando difetti o contraddizioni nella motivazione della sentenza di secondo grado. L’eventuale travisamento delle dichiarazioni rese dai testimoni non può essere riesaminato nella sede di legittimità se la legge limita i motivi di impugnazione a determinate violazioni di diritto.

La valutazione sulla credibilità delle testimonianze e sulla ricostruzione degli eventi spetta esclusivamente ai giudici di merito. Una volta accertato che le espressioni denigratorie sono state pronunciate davanti a persone capaci di intenderle, la decisione di condanna rimane salda e non è modificabile in sede di legittimità.

Le motivazioni dei giudici sul reato di diffamazione

Le motivazioni espresse dalla Corte di Cassazione chiariscono i confini soggettivi della fattispecie incriminatrice. I giudici hanno confermato che il coimputato del medesimo illecito non può mai essere considerato tra le più persone giacché la sua posizione coincide con quella dell’autore della condotta. Il successivo proscioglimento nel merito di tale soggetto non cambia la sua veste processuale originaria né lo trasforma in un destinatario passivo delle frasi offensive.

Allo stesso tempo, la Corte ha evidenziato come la presenza del segretario comunale, estraneo all’ipotesi di concorso addebitata all’amministratore, integri perfettamente il requisito della pluralità degli ascoltatori. Tale funzionario ha assistito alla conversazione e ha recepito direttamente gli epiteti denigratori rivolti al professionista assente.

Di conseguenza, l’interlocutrice diretta e il funzionario presente costituiscono i due soggetti terzi prescritti dal codice penale. I giudici hanno riscontrato la corretta applicazione della legge penale sostanziale da parte del tribunale di secondo grado.

Le conclusioni della vicenda giudiziaria

Le conclusioni stabilite dalla Suprema Corte confermano la responsabilità penale dell’amministratore pubblico. Il ricorso presentato dall’imputato è stato rigettato in quanto basato in parte su argomentazioni infondate e in parte su doglianze non ammissibili in sede di legittimità.

Il rigetto dell’impugnazione comporta la condanna dell’imputato al pagamento delle spese del procedimento. Per quanto riguarda la parte civile, la Corte ha stabilito che non spetta alcun rimborso delle spese per la fase di legittimità. Il difensore della persona offesa non ha infatti partecipato alla discussione orale in udienza pubblica, limitandosi a depositare una memoria scritta con nota spese.

La pronuncia riafferma la necessità di misurare il linguaggio nei contesti lavorativi e istituzionali. Chi pronuncia frasi offensive nei confronti di un professionista alla presenza di più soggetti terzi risponde pienamente delle conseguenze penali previste dalla legge.

Quante persone devono ascoltare un’offesa per configurare la diffamazione
Occorre che le parole lesive della reputazione siano percepite da almeno due persone distinte sia dalla vittima sia dall’autore del fatto.

Un coimputato presente al fatto conta tra le persone necessarie per il reato
No, chi è accusato in concorso del medesimo illecito non viene conteggiato tra gli ascoltatori terzi prescritti dalla norma penale.

Si può impugnare in Cassazione la motivazione sulle prove nei reati minori
No, la legge vieta di contestare la motivazione o la valutazione delle prove in Cassazione per i reati attribuiti al Giudice di Pace.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati