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Permesso premio negato: ricorso inammissibile per mancata resipiscenza

Un detenuto ha chiesto un permesso premio, ma il Magistrato di Sorveglianza e poi il Tribunale di Sorveglianza hanno negato la richiesta. Il detenuto ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di aver avuto un comportamento positivo e che l’emergenza pandemica aveva impedito attività rieducative. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che il detenuto non avesse dimostrato una reale presa di coscienza dei reati commessi (resipiscenza) e che il ricorso non fosse specifico, riproponendo argomenti già valutati. La Corte ha quindi confermato il diniego del permesso premio.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 25903 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il rifiuto del permesso premio: quando il ricorso è inammissibile

Il permesso premio rappresenta un’opportunità cruciale per i detenuti che mostrano un percorso di riabilitazione. Questo beneficio, previsto dall’ordinamento penitenziario, consente brevi uscite dal carcere per favorire il reinserimento sociale. Ottenerlo non è automatico, ma dipende da valutazioni rigorose. Un recente caso esaminato dalla Corte di Cassazione ha chiarito i limiti e le condizioni per la sua concessione, evidenziando l’importanza della specificità dei ricorsi e della reale presa di coscienza da parte del condannato. La sentenza sottolinea come la semplice buona condotta non basti, se manca un’autentica riflessione sui reati commessi e sulle loro conseguenze.

La vicenda: la richiesta di permesso premio negata

Un detenuto ha presentato una richiesta di permesso premio. Il Magistrato di Sorveglianza di Torino ha negato questa richiesta. Il detenuto ha quindi presentato un reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Torino, ma anche questo è stato rigettato, confermando il diniego del beneficio.

Il ricorso del detenuto e le sue contestazioni sul permesso premio

Il detenuto ha deciso di ricorrere in Cassazione. Ha sostenuto che la decisione del Tribunale di Sorveglianza fosse sbagliata, denunciando una presunta “erronea applicazione della legge penale” e un “vizio di motivazione”. Secondo il ricorrente, il Tribunale avrebbe reiterato argomentazioni già utilizzate, senza considerare il suo comportamento positivo successivo. Ha evidenziato di aver mantenuto una condotta irreprensibile in carcere. Ha anche sottolineato che l’emergenza pandemica nel 2020 aveva impedito lo svolgimento di progetti rieducativi. Inoltre, ha contestato l’affermazione che la sua condotta fosse stata caratterizzata da “futili motivi” (ragioni insignificanti per commettere un reato), un aspetto che, a suo dire, era stato escluso in un precedente giudizio.

I requisiti per un ricorso inammissibile: la specificità dei motivi

La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso. Ha ricordato che un ricorso per cassazione deve essere “specifico”, a pena di “inammissibilità” (non può essere esaminato se non rispetta i requisiti formali). Chi ricorre deve indicare con precisione i punti della decisione contestata e spiegare chiaramente le ragioni per cui la ritiene ingiusta o contraria alla legge. Non basta riproporre argomenti già discussi e ritenuti infondati dai giudici precedenti. Un ricorso è inammissibile se è generico, se manca di correlazione tra le motivazioni della decisione impugnata e le ragioni del ricorso stesso, o se ignora le affermazioni del provvedimento contestato.

Le motivazioni: perché il permesso premio è stato negato e il ruolo della resipiscenza

La Corte ha ritenuto che il ricorso del detenuto fosse inammissibile perché riproponeva le stesse argomentazioni già considerate e respinte dal Tribunale di Sorveglianza, senza fornire nuovi elementi specifici. Il Tribunale aveva spiegato che, per concedere il permesso premio, non basta solo la buona condotta. È fondamentale anche l’assenza di “pericolosità sociale” del detenuto, un requisito da valutare con maggiore rigore per chi è stato condannato per reati gravi e ha una pena lunga da scontare. Il Tribunale aveva evidenziato che il detenuto non aveva mostrato una reale “resipiscenza” (il sincero pentimento e la presa di coscienza delle conseguenze negative dei reati commessi) delle conseguenze dei reati commessi nei confronti delle vittime. Non aveva espresso quella affidabilità necessaria per tornare temporaneamente nella società. La Corte ha confermato che il riconoscimento di circostanze attenuanti o l’esclusione di aggravanti non modificava la sostanza: il detenuto non aveva preso coscienza delle conseguenze dei suoi atti, un elemento cruciale per la concessione del beneficio.

Le conclusioni: il ricorso per il permesso premio è respinto e le conseguenze

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del detenuto “inammissibile”. Questo significa che la Corte non ha potuto entrare nel merito delle sue richieste perché il ricorso non rispettava i requisiti formali di specificità. Di conseguenza, la decisione del Tribunale di Sorveglianza di negare il permesso premio è rimasta valida e definitiva. Il detenuto è stato anche condannato a pagare le spese processuali e una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa condanna è stata motivata dal fatto che non sono stati riscontrati elementi per ritenere che la parte avesse proposto ricorso senza colpa nella determinazione della causa di inammissibilità.

Cos’è il permesso premio e chi può richiederlo?
Il permesso premio è un beneficio che consente ai detenuti di uscire temporaneamente dal carcere per brevi periodi. Possono richiederlo i detenuti che hanno mostrato buona condotta e che sono ritenuti non pericolosi socialmente, con l’obiettivo di favorire il loro reinserimento nella società.

Perché un ricorso in Cassazione può essere dichiarato inammissibile?
Un ricorso in Cassazione può essere dichiarato inammissibile se non rispetta i requisiti di specificità. Questo significa che il ricorrente deve indicare con precisione i punti della decisione contestata e spiegare chiaramente le ragioni per cui la ritiene ingiusta, senza limitarsi a riproporre argomenti già esaminati.

La buona condotta in carcere è sufficiente per ottenere un permesso premio?
No, la buona condotta è un requisito necessario ma non sufficiente. Per ottenere un permesso premio, il detenuto deve anche dimostrare l’assenza di pericolosità sociale e una reale “resipiscenza”, cioè un sincero pentimento e una presa di coscienza delle conseguenze dei reati commessi.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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