Pericolo di recidiva: l’assoluzione per tenuità del fatto conta?
La valutazione del pericolo di recidiva è un elemento cruciale nel diritto processuale penale per l’applicazione delle misure cautelari. Ma cosa succede se un indagato ha commesso in passato un reato per cui è stato assolto per ‘particolare tenuità del fatto’? Questo precedente può essere usato per dimostrare la sua pericolosità sociale? La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 46104 del 2023, offre una risposta chiara e netta, affermando che tale assoluzione non cancella la rilevanza del fatto storico ai fini della valutazione cautelare.
I fatti del caso
Il caso riguarda un individuo sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, a cui era stato imposto di non allontanarsi da un determinato comune. L’uomo veniva sorpreso in un comune limitrofo e, alla vista delle forze dell’ordine, si dava alla fuga alla guida di un furgone, compiendo manovre pericolose per ostacolare l’inseguimento. Successivamente, si scopriva che il furgone, insieme a un altro veicolo nella sua disponibilità, presentava segni di alterazione.
Inizialmente, il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) aveva applicato la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Tuttavia, il Pubblico Ministero impugnava tale decisione e il Tribunale del Riesame, in accoglimento dell’appello, disponeva la misura più grave degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, ritenendola più adeguata a contenere l’elevato pericolo di recidiva.
L’indagato proponeva quindi ricorso in Cassazione, lamentando un’errata valutazione sia degli indizi di colpevolezza sia delle esigenze cautelari.
La decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in toto la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno ritenuto i motivi del ricorso generici e infondati, sottolineando come la motivazione del provvedimento impugnato fosse dettagliata ed esaustiva sia sulla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati (violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale, resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione) sia sulla concretezza del pericolo di recidiva.
Le motivazioni
Il cuore della sentenza risiede nell’analisi delle esigenze cautelari e, in particolare, del pericolo di recidiva. La Cassazione ha validato il ragionamento del Tribunale del Riesame, che aveva fondato la propria valutazione non solo sui precedenti penali dell’indagato, ma soprattutto sulla sua ‘pervicacia criminale’. Questa si manifestava nella commissione di più reati proprio mentre era già sottoposto a una misura di prevenzione, dimostrando una totale insensibilità alle prescrizioni dell’autorità giudiziaria.
L’elemento decisivo, evidenziato dalla Corte, è un episodio precedente, avvenuto pochi mesi prima, in cui l’indagato aveva commesso un’analoga violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale. Per quel fatto, era stato assolto ai sensi dell’art. 131-bis c.p. per ‘particolare tenuità del fatto’.
La Cassazione chiarisce un principio fondamentale: la declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto non cancella il reato. Al contrario, essa presuppone l’accertamento completo del reato in tutti i suoi elementi (storici e giuridici) e la sua attribuibilità all’autore. L’effetto è solo quello di esentare il colpevole dalla sanzione penale, ma il fatto-reato rimane intatto e produce effetti negativi, come l’iscrizione nel casellario giudiziale. Di conseguenza, quel precedente, sebbene non abbia portato a una condanna, è un elemento oggettivo e significativo che il giudice deve considerare per valutare la personalità dell’indagato e il concreto e attuale pericolo di recidiva.
Le conclusioni
La sentenza n. 46104/2023 della Corte di Cassazione consolida un importante orientamento giurisprudenziale. Un’assoluzione per ‘particolare tenuità del fatto’ non è una ‘patente di innocenza’ che azzera il passato. Il reato commesso, seppur giudicato ‘tenue’, resta una macchia nella condotta dell’individuo e può legittimamente fondare un giudizio di elevata pericolosità sociale. Questa pronuncia ribadisce che il giudice, nel valutare il pericolo di recidiva, deve considerare tutti gli elementi della personalità dell’indagato, inclusi i fatti-reato per i quali non è stata applicata una pena, per garantire che la misura cautelare sia proporzionata ed efficace nel prevenire la commissione di futuri crimini.
Un’assoluzione per ‘particolare tenuità del fatto’ (art. 131-bis c.p.) impedisce di considerare quel reato nella valutazione del pericolo di recidiva?
No. La sentenza chiarisce che la declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto lascia intatto il reato nella sua esistenza storica e giuridica. Pertanto, quel fatto costituisce un elemento significativo che il giudice può e deve utilizzare per valutare la personalità dell’indagato e il concreto pericolo che commetta altri reati.
Quali elementi dimostrano il pericolo di recidiva nel caso esaminato?
Il pericolo di recidiva è stato desunto dalla personalità dell’indagato, gravato da precedenti specifici, dalla sua pervicacia criminale dimostrata dalla commissione di nuovi reati mentre era già sotto sorveglianza speciale, e dal fatto che avesse già commesso una violazione analoga in passato, per la quale era stato assolto per tenuità del fatto.
Cosa distingue la semplice fuga dalla resistenza a pubblico ufficiale durante un inseguimento in auto?
Secondo la giurisprudenza citata, non si tratta di semplice fuga, ma di resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.) quando il soggetto alla guida non si limita a tentare di scappare, ma compie una serie di manovre finalizzate a impedire attivamente l’inseguimento, ostacolando l’esercizio della funzione pubblica e creando una percezione di pericolo per l’incolumità degli inseguitori.