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Pensione d’oro con finti stipendi: la truffa aggravata all’INPS

Due dirigenti sindacali simulano di aver ricevuto una retribuzione aggiuntiva nell’ultimo anno di lavoro per gonfiare l’assegno pensionistico. Per farlo, creano falsi cedolini paga, inducendo in errore l’ente previdenziale. La Corte di Cassazione ha confermato la loro condanna per truffa aggravata ai danni dell’INPS. I giudici hanno stabilito che la creazione di documenti falsi costituisce una vera e propria macchinazione ingannatoria, e non una semplice dichiarazione mendace. La sentenza ribadisce che, ai fini del calcolo della pensione, la retribuzione deve essere stata effettivamente corrisposta, non solo fittiziamente dichiarata. L’appello dei due è stato respinto, rendendo la condanna definitiva.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 16120 Anno 2026
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Pubblicato il 20 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale

Un inganno ben congegnato per la pensione

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa aggravata ai danni dell’INPS a carico di due dirigenti sindacali. Il caso riguarda un meccanismo fraudolento messo in atto per ottenere un assegno pensionistico più elevato del dovuto. I due, prossimi alla pensione, avevano simulato di aver percepito una retribuzione aggiuntiva per la loro attività sindacale proprio nell’ultimo anno di servizio, periodo cruciale per il calcolo della pensione. Questo stratagemma, basato su documenti falsi, è stato smascherato e sanzionato penalmente, offrendo un importante spunto di riflessione sulla differenza tra dichiarazione falsa e vera e propria truffa.

I fatti: una retribuzione fantasma per gonfiare la pensione

La vicenda ha come protagonisti due rappresentanti di un sindacato della scuola. Entrambi svolgevano da anni attività sindacale in regime di distacco, percependo il loro normale stipendio da docenti. Avvicinandosi il momento del pensionamento, hanno architettato un piano. Hanno creato falsi cedolini paga che attestavano una retribuzione aggiuntiva, mai realmente percepita, versata dal sindacato per il loro ultimo anno di lavoro. Hanno poi versato autonomamente i relativi contributi previdenziali integrativi. L’obiettivo era chiaro: indurre in errore l’INPS, facendogli credere che la loro base retributiva fosse più alta, per ottenere così un ricalcolo vantaggioso della pensione. L’ente, ingannato dalla documentazione, ha erogato per anni assegni mensili maggiorati, subendo un danno economico significativo.

La difesa e la qualificazione del reato

La difesa degli imputati ha tentato di minimizzare la gravità dei fatti. Ha sostenuto che non si trattasse di truffa, ma al massimo di un reato minore, l’indebita percezione di erogazioni pubbliche. Secondo questa tesi, i due si sarebbero limitati a presentare delle dichiarazioni, senza porre in essere una vera e propria attività ingannatoria. Inoltre, hanno contestato che il loro distacco sindacale fosse reale e che l’attività fosse stata effettivamente svolta, cercando di spostare il focus dalla falsità della retribuzione alla realtà del lavoro prestato. La questione legale centrale era quindi stabilire se la creazione di documenti falsi fosse una semplice bugia o una macchinazione complessa, un ‘quid pluris decettivo’ capace di integrare il più grave reato di truffa.

Le motivazioni: la creazione di documenti falsi è truffa aggravata ai danni dell’INPS

La Corte di Cassazione ha respinto completamente la linea difensiva. I giudici hanno chiarito un punto fondamentale: la condotta degli imputati è andata ben oltre la semplice dichiarazione falsa. La predisposizione di cedolini paga fittizi e il versamento di contributi non dovuti costituiscono ‘artifizi e raggiri’ a tutti gli effetti. Questa messa in scena era finalizzata a ingannare l’ente previdenziale, inducendolo a credere in una situazione economica non veritiera. La Corte ha ribadito che il reato di truffa aggravata ai danni dell’INPS si configura proprio quando si costruisce un apparato documentale falso per sorprendere la buona fede della Pubblica Amministrazione. Inoltre, i giudici hanno sottolineato un principio cardine in materia previdenziale: la contribuzione aggiuntiva è legittima solo se calcolata su emolumenti ‘effettivamente corrisposti’, non su somme solo dichiarate o fittizie. La prova del pagamento reale, in questo caso, mancava del tutto.

Le conclusioni: condanna definitiva e principio di diritto

L’esito del processo è stato la dichiarazione di inammissibilità dei ricorsi e la condanna definitiva dei due imputati. Oltre al pagamento delle spese processuali, sono stati condannati a versare una somma alla Cassa delle ammende. Questa sentenza consolida un principio di diritto molto importante: non basta una semplice dichiarazione falsa per ottenere indebitamente fondi pubblici per commettere una truffa aggravata ai danni dell’INPS. È necessaria una condotta fraudolenta più complessa, una macchinazione capace di indurre in errore l’ente. La creazione di documentazione falsa, come i cedolini paga, rientra pienamente in questa categoria. La decisione serve da monito: alterare la realtà con documenti falsi per ottenere vantaggi economici illeciti dallo Stato è un reato grave con conseguenze severe.

Basta dichiarare uno stipendio più alto per aumentare la pensione?
No, la sentenza chiarisce che la retribuzione usata per calcolare i contributi e la pensione deve essere stata effettivamente pagata e non solo dichiarata o fittizia.

Creare un cedolino paga falso è considerato truffa?
Sì. La Cassazione ha stabilito che creare documenti falsi per ingannare un ente pubblico è una macchinazione che qualifica il reato come truffa aggravata, non una semplice dichiarazione mendace.

Qual è la differenza tra truffa all’INPS e indebita percezione?
La truffa (art. 640 c.p.) richiede una vera e propria messa in scena per ingannare l’ente (es. documenti falsi). L’indebita percezione (art. 316-ter c.p.) si basa su semplici dichiarazioni false o incomplete, senza un’attività ingannatoria complessa.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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