\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Peculato per distrazione: assolta se manca la prova dell’accordo

Una responsabile del servizio finanziario di un ente pubblico viene condannata per peculato per distrazione. L’accusa era di aver liquidato compensi non dovuti a un collega. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: per configurare questo reato non basta l’erogazione di denaro pubblico a un terzo. È necessaria la prova certa di uno specifico accordo illecito tra il funzionario che paga e chi riceve i soldi. In assenza di tale prova, una condotta gravemente negligente non è sufficiente per una condanna penale. L’imputata è stata quindi assolta perché il fatto non sussiste.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 19441 Anno 2023
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 10 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale

Funzionario assolto: quando la negligenza non è peculato

Una recente sentenza della Corte di Cassazione affronta un caso delicato di peculato per distrazione, stabilendo un confine netto tra l’errore, anche grave, e il reato commesso con dolo. La vicenda riguarda una funzionaria pubblica accusata di aver liquidato somme non dovute a un collega. La decisione finale chiarisce che, senza la prova di un accordo fraudolento, non può esserci condanna penale. Questo principio è fondamentale per tutti i funzionari che gestiscono denaro pubblico e si trovano a operare in contesti complessi.

La vicenda: compensi extra liquidati a un collega

I fatti iniziano all’interno di un Ente Pubblico. La Responsabile del Servizio Finanziario autorizza il pagamento di oltre ventimila euro a favore del Responsabile dell’Area Tecnica dello stesso ente. Secondo l’accusa, questi compensi non erano dovuti. Erano legati a incarichi che il collega non aveva mai ricevuto formalmente o che rientravano già nelle sue normali mansioni d’ufficio. Per questa ragione, la funzionaria viene accusata e condannata nei primi gradi di giudizio per il reato di peculato, ovvero per essersi appropriata, o aver permesso ad altri di appropriarsi, di denaro pubblico.

Il reato di peculato per distrazione a favore di terzi

Il peculato per distrazione si verifica quando un pubblico ufficiale, avendo la disponibilità di denaro pubblico per ragioni del suo ufficio, lo distrae dalla sua destinazione istituzionale per favorire sé stesso o altri. In questo caso specifico, l’accusa sosteneva che la funzionaria avesse distratto fondi pubblici per arricchire ingiustamente un collega. La questione giuridica centrale, quindi, non era se il denaro fosse stato pagato, ma quale fosse l’intenzione della funzionaria. Si è trattato di un’azione volontaria e consapevole (dolo) finalizzata a commettere un illecito, oppure di un grave errore dovuto a negligenza (colpa)?

Le motivazioni della Cassazione: la prova dell’accordo è essenziale

La Corte di Cassazione ha ribaltato completamente il verdetto. I giudici hanno affermato che, per condannare un funzionario per peculato per distrazione a favore di un terzo, non è sufficiente dimostrare che il pagamento fosse illegittimo. La pubblica accusa deve fornire la prova certa e inequivocabile di un pregresso e specifico accordo tra il funzionario che paga e il terzo che beneficia del pagamento. Questo accordo deve avere natura fraudolenta, mirando a sottrarre risorse pubbliche. La motivazione della sentenza precedente è stata definita ‘congetturale’, basata su sospetti e non su prove concrete. Il semplice rapporto di colleganza, anche se duraturo, non basta a dimostrare un’intesa criminale. La Corte ha osservato che la condotta della funzionaria, pur essendo potenzialmente frutto di ‘negligenza, sciatteria istituzionale e disinteresse’, non dimostrava l’intenzione criminale richiesta dal reato di peculato.

Conclusioni: la condanna per peculato per distrazione richiede prove certe

La sentenza si conclude con l’annullamento definitivo della condanna. La funzionaria è stata assolta ‘perché il fatto non sussiste’. Questa formula indica che, pur essendo avvenuto il pagamento, manca l’elemento soggettivo del reato, cioè il dolo. La decisione riafferma un principio di garanzia fondamentale: una condanna penale non può basarsi su ipotesi o deduzioni, ma deve fondarsi su prove solide. Per il peculato per distrazione, la prova chiave è l’esistenza di un patto illecito. Senza di essa, anche un errore amministrativo grave che causa un danno all’erario non costituisce reato, ma potrà avere conseguenze in altre sedi, come quella contabile.

Cosa significa peculato per distrazione a favore di un terzo?
È il reato commesso da un pubblico ufficiale che, avendo la disponibilità di denaro pubblico, lo destina a un’altra persona in modo illecito, invece che agli scopi istituzionali previsti.

Un funzionario pubblico che paga per errore una somma non dovuta commette sempre reato?
No. Secondo questa sentenza, per il reato di peculato è necessaria l’intenzione (dolo) di commettere l’illecito, provata da un accordo fraudolento. La semplice negligenza, anche se grave, non è sufficiente per una condanna penale.

Perché la funzionaria è stata assolta in questo caso?
È stata assolta perché l’accusa non è riuscita a dimostrare l’esistenza di un accordo illecito con il collega che ha ricevuto i soldi. La Corte di Cassazione ha ritenuto che la sua condotta potesse essere spiegata come grave negligenza, ma non come un’azione intenzionalmente criminale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati