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Peculato e giochi: limiti alla confisca

La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un amministratore di una società di gestione giochi, condannato per peculato per non aver riversato al concessionario i proventi delle giocate. La Corte ha confermato la qualificazione giuridica del fatto, ribadendo che il gestore di apparecchi da gioco riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio. Tuttavia, la sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente alla quantificazione della confisca per equivalente e all’aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità. I giudici di legittimità hanno rilevato la necessità di scomputare dal profitto confiscabile le somme già restituite tramite piani di rientro, poiché la misura ablativa non può eccedere il vantaggio economico effettivamente conseguito dal reo.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 9809 Anno 2026
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Pubblicato il 24 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Peculato e gestione giochi: i limiti della confisca

Il settore del gioco lecito in Italia è regolato da una complessa rete di concessioni che attribuisce ai privati ruoli di grande responsabilità. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito i confini della responsabilità penale per il reato di peculato commesso dai gestori degli apparecchi da intrattenimento, focalizzandosi in particolare sulla corretta determinazione del profitto confiscabile.

Il caso: appropriazione di incassi e qualifica soggettiva

La vicenda riguarda l’amministratore di una società che, per conto di un concessionario nazionale, gestiva la raccolta degli incassi derivanti da apparecchi da gioco. L’imputato era stato condannato nei gradi di merito per essersi appropriato di ingenti somme che avrebbe dovuto riversare all’erario e al concessionario. La difesa ha contestato la qualificazione del fatto come peculato, sostenendo che si trattasse di una mera disputa civilistica tra privati legata a un inadempimento contrattuale.

La Suprema Corte ha però rigettato questa tesi. Secondo i giudici, il denaro riscosso dai giocatori diventa ‘pecunia publica’ nel momento stesso in cui entra in possesso del gestore. Quest’ultimo, infatti, non è un semplice fornitore di servizi, ma un incaricato di pubblico servizio che agisce per conto dello Stato nella riscossione del prelievo erariale unico (PREU).

La decisione sulla confisca e le aggravanti

Nonostante la conferma della colpevolezza, la Cassazione ha accolto i motivi relativi al trattamento sanzionatorio e patrimoniale. Il punto centrale riguarda la confisca per equivalente. I giudici di merito avevano ordinato il sequestro di beni per un valore pari all’intero debito maturato, senza considerare che l’imputato aveva già restituito gran parte delle somme attraverso piani di rientro concordati con il concessionario.

La Corte ha stabilito che la confisca non può trasformarsi in una sanzione punitiva sproporzionata. Se il reo ha già risarcito il danno o restituito parte del profitto, tali somme devono essere sottratte dal calcolo del valore da confiscare. In caso contrario, lo Stato otterrebbe un arricchimento indebito, andando oltre la finalità ripristinatoria della misura.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sul principio di ‘pertinenzialità’ del profitto. Per poter confiscare un bene, deve esserci un nesso causale diretto tra il reato e il vantaggio economico ottenuto. Nel caso del peculato nel settore giochi, il profitto è costituito dalla somma sottratta e non ancora restituita. I giudici hanno sottolineato che la sentenza d’appello non aveva chiarito quale parte dell’inadempimento costituisse effettivamente il PREU dovuto allo Stato e quale fosse il danno residuo dopo i versamenti effettuati dall’imputato. Inoltre, l’aggravante del danno di rilevante gravità deve essere valutata non sull’importo totale inizialmente sottratto, ma sull’effettivo pregiudizio arrecato alla Pubblica Amministrazione al momento della decisione.

Le conclusioni

Le conclusioni della Cassazione tracciano una linea netta: la qualifica di incaricato di pubblico servizio per i gestori di slot machine è ormai un principio consolidato, ma l’applicazione delle sanzioni patrimoniali deve seguire criteri di rigorosa proporzionalità. Il rinvio alla Corte d’appello servirà a ricalcolare con precisione l’importo della confisca, tenendo conto dei rimborsi già avvenuti. Questa sentenza rappresenta un monito importante per gli operatori del settore: se da un lato la gestione del denaro pubblico comporta rischi penali severi, dall’altro il sistema giudiziario garantisce che la risposta dello Stato rimanga ancorata all’effettivo arricchimento illecito, evitando duplicazioni sanzionatorie ingiustificate.

Perché un gestore di slot machine risponde di peculato e non di appropriazione indebita?
Perché il denaro delle giocate è considerato pubblico fin dalla riscossione e il gestore agisce come incaricato di pubblico servizio per conto dello Stato.

Cosa succede alla confisca se l’imputato ha già restituito parte del denaro?
Le somme restituite devono essere scomputate dal valore totale della confisca per evitare che la misura ecceda l’effettivo profitto del reato.

Si può contestare la falsità di un verbale d’udienza in Cassazione?
Sì, ma occorre fornire prove specifiche dell’inesattezza del verbale, poiché nel processo penale non esiste più l’incidente di falso previsto dal vecchio codice.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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