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Peculato d’uso su denaro: la Cassazione nega lo sconto

Un’assistente amministrativa di un ente pubblico si appropriava di oltre 290.000 euro, trasferendoli su conti personali. Per difendersi, ha sostenuto si trattasse solo di un uso temporaneo, chiedendo di qualificare il fatto come il meno grave reato di peculato d’uso. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, confermando la condanna per peculato ordinario. Il principio sancito è che il peculato d’uso su denaro non è configurabile. Il denaro è un bene ‘fungibile’: una volta speso, non si può restituire ‘la stessa cosa’, ma solo un’equivalente quantità. Questa distinzione impedisce l’applicazione della norma più favorevole, che richiede la restituzione del bene specifico sottratto.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 13466 Anno 2023
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Pubblicato il 2 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale

L’uso privato di fondi pubblici: il caso del peculato

La gestione di denaro pubblico comporta enormi responsabilità. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale in materia, escludendo la possibilità di configurare il peculato d’uso su denaro. La vicenda riguarda un’assistente amministrativa che, avendo accesso ai conti correnti di una Commissione medica locale, si era appropriata nel tempo di una somma ingente, superiore a 290.000 euro, attraverso prelievi e falsificazione di assegni.

Scoperta la mancanza, l’impiegata è stata accusata e condannata per il reato di peculato. La sua linea difensiva, tuttavia, si è basata su un’interessante distinzione giuridica: quella tra l’appropriazione definitiva e l’uso solo momentaneo dei fondi.

La difesa dell’imputata: un prestito, non un furto

L’assistente amministrativa ha tentato di convincere i giudici che la sua intenzione non era quella di sottrarre definitivamente il denaro all’ente pubblico. Sosteneva, infatti, di averlo solo preso in prestito temporaneamente, con l’intenzione di restituirlo. Secondo questa tesi, il suo comportamento non doveva essere punito come peculato ‘ordinario’, ma come la più lieve ipotesi di ‘peculato d’uso’.

Questa fattispecie di reato, prevista dal nostro codice penale, punisce meno severamente chi utilizza solo per un breve periodo un bene della pubblica amministrazione e lo restituisce subito dopo. L’imputata sperava così in una derubricazione del reato, che avrebbe comportato una pena molto più mite e, probabilmente, la prescrizione per una parte dei fatti contestati.

La natura del denaro: perché il peculato d’uso non è applicabile

La Corte di Cassazione ha completamente smontato la tesi difensiva, basandosi su un concetto giuridico cruciale: la natura del denaro. Il denaro è un bene ‘fungibile’. Questo significa che una banconota da 50 euro è perfettamente identica e sostituibile con qualsiasi altra banconota da 50 euro. Non ha un’identità specifica.

Il reato di peculato d’uso su denaro è impossibile proprio per questa ragione. La norma richiede che il colpevole restituisca ‘la stessa cosa’ che ha sottratto. Se un impiegato prende l’auto di servizio per un’ora e poi la riporta in parcheggio, restituisce esattamente lo stesso bene. Ma se preleva 1.000 euro dal conto dell’ente e li spende, non potrà mai restituire ‘quelle stesse’ banconote. Potrà solo versare una somma equivalente, il cosiddetto ‘tantundem’.

Le motivazioni della Cassazione: perché il peculato d’uso su denaro non esiste

I giudici supremi hanno chiarito che l’appropriazione di denaro pubblico integra sempre il reato di peculato ordinario, anche se l’intenzione è quella di restituirlo. Nel momento in cui il pubblico ufficiale preleva la somma e la confonde con il proprio patrimonio, realizza un’appropriazione definitiva. L’eventuale successiva restituzione di una somma equivalente non cancella il reato già commesso, ma può al massimo essere considerata come un’attenuante in fase di determinazione della pena.

La Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputata, confermando la sua responsabilità. La sentenza si allinea a un orientamento consolidato, che mira a proteggere con la massima severità le risorse pubbliche, impedendo che possano essere utilizzate come una sorta di ‘bancomat’ privato dai funzionari infedeli.

Le conclusioni: condanna definitiva e un principio chiaro

L’esito del processo è stato la condanna definitiva dell’assistente amministrativa per il reato di peculato. Oltre alla pena principale, è stata condannata a pagare le spese processuali e a risarcire l’ente pubblico danneggiato. La decisione riafferma con forza un principio chiave: chi gestisce denaro pubblico non può disporne a proprio piacimento, nemmeno per un breve periodo. Il tentativo di qualificare l’appropriazione come peculato d’uso su denaro è destinato a fallire, perché la natura stessa del denaro lo impedisce. Un monito severo per chiunque abbia la tentazione di confondere il patrimonio pubblico con quello personale.

Qual è la differenza tra peculato e peculato d’uso?
Il peculato è l’appropriazione definitiva di un bene pubblico da parte di un pubblico ufficiale. Il peculato d’uso è un’ipotesi meno grave che si ha quando il bene viene usato solo momentaneamente e poi immediatamente restituito.

Perché il peculato d’uso non si applica al denaro?
Perché il denaro è un bene ‘fungibile’, cioè sostituibile. La legge sul peculato d’uso richiede la restituzione dello ‘stesso’ bene sottratto. Con il denaro questo è impossibile: si può restituire solo una somma equivalente, non le stesse identiche banconote.

Cosa rischia chi si appropria temporaneamente di denaro pubblico?
Commette il reato di peculato ordinario, non quello meno grave di peculato d’uso. La successiva restituzione della somma può essere valutata dal giudice come circostanza attenuante, ma non esclude il reato.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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