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Peculato d’uso: condannato il dipendente che andava al bar

Un custode forestale comunale ha utilizzato ripetutamente l’auto di servizio per scopi personali, recandosi a casa o al bar durante l’orario di lavoro. Per coprire le assenze, timbrava il badge e compilava falsi rapporti di servizio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di truffa, falsa attestazione della presenza in servizio e peculato d’uso. I giudici hanno chiarito che l’uso non autorizzato del veicolo pubblico per il tragitto casa-ufficio o per soste private, anche se episodico, danneggia la pubblica amministrazione a causa del consumo di carburante e dell’usura del mezzo. Il ricorso del dipendente è stato dichiarato inammissibile.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 14223 Anno 2022
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Pubblicato il 21 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale

L’auto di servizio usata per scopi privati e il peculato d’uso

Un dipendente pubblico non può utilizzare i beni dell’amministrazione per scopi personali. La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un custode forestale che utilizzava l’auto di servizio per tornare a casa o andare al bar durante l’orario di lavoro. Questo comportamento integra il reato di peculato d’uso e comporta gravi conseguenze penali. La decisione dei giudici di legittimità (la Corte di Cassazione) stabilisce un confine chiaro tra l’uso legittimo dei mezzi pubblici e l’abuso punibile dalla legge.

I fatti: le soste a casa e al bar durante l’orario di lavoro

Il dipendente comunale svolgeva le mansioni di custode forestale. Il suo lavoro aveva una natura itinerante sul territorio. Tuttavia, l’uomo ha utilizzato l’autovettura di servizio per recarsi presso la propria abitazione e in un caso presso un bar. Queste soste avvenivano in un comune non compreso nella sua area geografica di lavoro.

Le soste private duravano da un’ora a oltre due ore. Durante questi periodi, il dipendente risultava regolarmente in servizio. Egli infatti timbrava il badge elettronico e registrava false annotazioni sul giornale di servizio. Nei rapporti scritti, il lavoratore dichiarava di essere impegnato in attività esterne di tutela forestale. In realtà, egli si trovava a casa propria o al bar. La pubblica amministrazione ha scoperto diciassette episodi di questo tipo in un arco temporale di circa cinque mesi.

Quando l’uso del veicolo pubblico diventa reato di peculato d’uso

Il dipendente ha cercato di giustificare le deviazioni dal percorso lavorativo. La difesa ha sostenuto che le soste a casa servivano per prelevare attrezzature da lavoro e compilare i rapporti al computer. Inoltre, la difesa ha affermato che il Comune e il Sindaco erano a conoscenza di questa prassi. Secondo questa tesi, l’uso sporadico del veicolo non creava un danno economico apprezzabile alla pubblica amministrazione.

La legge penale punisce chi si appropria temporaneamente di un bene pubblico per scopi personali. Questo comportamento configura il reato di peculato d’uso se il soggetto restituisce immediatamente il bene dopo l’utilizzo. I giudici hanno respinto le giustificazioni del dipendente. Le prove hanno dimostrato che le deviazioni non avevano alcun legame con le esigenze di servizio. L’uso ripetuto dell’auto per fini privati consuma carburante e usura il mezzo pubblico. Questo comportamento sottrae risorse preziose alla cura degli interessi collettivi.

Le motivazioni della Cassazione sul peculato d’uso

I giudici della Suprema Corte hanno confermato la condanna del dipendente pubblico. La sentenza spiega che l’utilizzo temporaneo dell’auto di servizio per il trasferimento non autorizzato tra casa e ufficio costituisce peculato d’uso. La natura occasionale o episodica della condotta non esclude il reato quando l’azione si ripete nel tempo.

La Corte ha chiarito la differenza tra il peculato e l’abuso d’ufficio. Il peculato d’uso si realizza quando il dipendente si appropria del bene per un fine esclusivamente personale. Questo fine è incompatibile con il titolo per cui il dipendente possiede il mezzo. L’abuso d’ufficio si verifica invece quando il dipendente usa il bene in modo indebito a proprio vantaggio, senza causare la perdita del bene o un danno patrimoniale diretto all’ente pubblico. Nel caso specifico, il consumo di carburante e l’usura del veicolo hanno causato un danno economico reale al Comune.

Le conclusioni della sentenza e le conseguenze per il dipendente

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal dipendente comunale. Questa decisione rende definitiva la condanna penale pronunciata nei gradi precedenti. Il dipendente perde la causa in modo definitivo e deve subire le sanzioni stabilite dalla legge.

Oltre alla condanna per i reati di peculato d’uso, truffa e falsa attestazione, il ricorrente deve pagare le spese del procedimento giudiziario. I giudici hanno condannato l’uomo anche al pagamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende. La cancelleria ha inviato il provvedimento al Comune di appartenenza per l’avvio dei conseguenti procedimenti disciplinari sul posto di lavoro.

Quando l’uso dell’auto di servizio diventa reato di peculato d’uso?
Il reato si configura quando un dipendente pubblico utilizza il veicolo dell’amministrazione per scopi personali e non autorizzati, come il tragitto casa-ufficio o commissioni private, restituendo poi il mezzo.

Anche l’uso occasionale dell’auto pubblica può essere punito?
Sì, la ripetizione di condotte anche occasionali che comportano consumo di carburante e usura del mezzo pubblico lede la pubblica amministrazione e fa scattare la condanna.

Cosa rischia il dipendente che timbra il cartellino ma si allontana con l’auto di servizio?
Il dipendente rischia la condanna per i reati di peculato d’uso, truffa ai danni dello Stato e falsa attestazione della presenza in servizio, oltre al licenziamento disciplinare.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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