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Peculato del concessionario di giochi: incassi non versati, reato

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per peculato del concessionario di giochi nei confronti della titolare di un’attività che non aveva versato allo Stato i proventi delle macchinette. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento civile, coperto da assicurazione, ma i giudici hanno ribadito un principio fondamentale: il gestore di apparecchi da gioco è un ‘agente contabile’ e un ‘incaricato di pubblico servizio’. Il denaro incassato è pubblico fin dall’origine. Trattenerlo non è un semplice debito, ma una vera e propria appropriazione di fondi pubblici, che integra il più grave reato di peculato e non quello di appropriazione indebita. La presenza di una polizza assicurativa è stata ritenuta irrilevante ai fini della responsabilità penale.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 16974 Anno 2026
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Pubblicato il 2 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale

Incassi dei giochi non versati: quando è peculato

La gestione di apparecchi da gioco comporta responsabilità precise, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei flussi di denaro. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito in modo definitivo le conseguenze penali per chi trattiene gli incassi destinati allo Stato, configurando il reato di peculato del concessionario di giochi. Questo caso offre uno spunto importante per comprendere la differenza tra un semplice debito e un illecito penale grave.

I fatti del caso: un ammanco nelle casse dello Stato

La vicenda riguarda la titolare di una concessione per apparecchi da gioco. La concessionaria, per diverse settimane, ometteva di versare al concessionario della rete statale la quota dei proventi del gioco spettante all’Erario, nota come Prelievo Erariale Unico (PREU). Di fronte all’accusa, la sua difesa ha sostenuto che non vi fosse l’intenzione di appropriarsi del denaro. Si trattava, a suo dire, di un mero inadempimento contrattuale, un debito che sarebbe stato coperto da una polizza assicurativa stipulata proprio per questi casi. Inoltre, la difesa ha menzionato alcune rapine subite come causa di forza maggiore che avrebbero giustificato l’ammanco. La questione fondamentale era stabilire se questa condotta fosse un semplice illecito civile o un vero e proprio reato.

La qualifica del gestore: non un privato, ma un agente per lo Stato

Il punto centrale della decisione ruota attorno alla qualifica giuridica del gestore di apparecchi da gioco. Secondo la Corte, chi gestisce questi dispositivi non è un semplice imprenditore privato. Al contrario, egli assume il ruolo di ‘incaricato di pubblico servizio’ e, più specificamente, di ‘agente contabile’. Questo significa che il gestore ha il maneggio di denaro pubblico e l’obbligo di renderne conto allo Stato. Il denaro raccolto tramite le macchinette non diventa di sua proprietà per poi essere trasferito, ma appartiene alla Pubblica Amministrazione fin dal momento in cui viene inserito dal giocatore nell’apparecchio.

La difesa respinta: perché non è appropriazione indebita

La difesa aveva tentato di far riqualificare il reato in appropriazione indebita, un illecito meno grave. Tuttavia, la Corte ha respinto questa tesi. L’appropriazione indebita riguarda beni di proprietà altrui, ma di natura privata. Nel caso del peculato del concessionario di giochi, il denaro è pubblico fin dall’inizio. Trattenerlo significa appropriarsi di fondi dello Stato, comportandosi ‘uti dominus’, cioè come se ne fosse il legittimo proprietario. La presenza di una polizza assicurativa, secondo i giudici, non elimina il reato. La polizza può coprire il danno economico, ma non cancella l’azione illecita già commessa, che consiste nell’aver volontariamente trattenuto somme non proprie.

Le motivazioni: perché si tratta di peculato del concessionario di giochi

La Corte di Cassazione ha motivato la sua decisione in modo netto. Il dolo, cioè l’intenzione di commettere il reato, consiste nella semplice coscienza e volontà di trattenere il denaro pubblico. Non è necessario dimostrare un fine specifico. Il fatto stesso di non versare le somme nei termini previsti, sapendo che sono destinate allo Stato, è sufficiente a integrare il reato. La convinzione, anche se errata, che un’assicurazione avrebbe coperto l’ammanco, non esclude la volontarietà della condotta. Anzi, dimostra la scelta consapevole di non adempiere al proprio dovere. Le rapine subite, infine, non sono state considerate una valida causa di forza maggiore, in quanto non è stato provato un nesso diretto e inevitabile con l’omesso versamento.

Le conclusioni: la decisione della Corte

La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della concessionaria, confermando la condanna per il reato di peculato previsto dall’articolo 314 del codice penale. L’esito è chiaro: la titolare è stata definitivamente condannata e dovrà pagare le spese processuali. Questa sentenza stabilisce un principio vincolante: chi gestisce giochi per conto dello Stato maneggia denaro pubblico e ha obblighi precisi. Omettere i versamenti non è una semplice questione contrattuale, ma un grave reato contro la Pubblica Amministrazione.

Il gestore di una sala giochi che non versa le tasse allo Stato commette peculato?
Sì. Secondo la Cassazione, il gestore agisce come ‘agente contabile’ e ‘incaricato di pubblico servizio’. Il denaro raccolto è pubblico, quindi trattenerlo integra il reato di peculato.

Avere un’assicurazione che copre gli ammanchi mi salva da una condanna per peculato?
No. La Corte ha chiarito che la polizza assicurativa può coprire il danno economico, ma non elimina la responsabilità penale. Il reato si consuma nel momento in cui ci si appropria del denaro pubblico.

Qual è la differenza tra peculato e appropriazione indebita in questo caso?
Il peculato riguarda l’appropriazione di denaro o beni pubblici da parte di chi ha un ruolo pubblico (come il concessionario). L’appropriazione indebita riguarda invece l’appropriazione di beni privati altrui.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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