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Patteggiamento in appello: Ricorso inammissibile per furto aggravato

Una persona è stata condannata per furto in abitazione aggravato, accettando un patteggiamento in appello. Ha poi presentato ricorso in Cassazione, contestando la mancanza di motivazione sulle cause di non punibilità e la congruità della pena concordata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che, in caso di patteggiamento in appello, il giudice di secondo grado non deve motivare sul mancato proscioglimento per cause di non punibilità. La Corte ha ribadito che il ricorso in Cassazione è limitato alla verifica dell’illegalità della pena, non del suo ammontare. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 22059 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il Patteggiamento in appello e i limiti del ricorso in Cassazione

Il patteggiamento in appello rappresenta uno strumento processuale importante nel diritto penale. Permette di definire la pena in secondo grado attraverso un accordo tra l’imputato e il pubblico ministero. Tuttavia, questa scelta comporta precise limitazioni per eventuali ricorsi successivi, come chiarito da una recente ordinanza della Corte di Cassazione. Comprendere questi limiti è fondamentale per chi si trova ad affrontare un procedimento penale.

Il caso: furto in abitazione e patteggiamento

La vicenda riguarda una persona condannata per il delitto di furto in abitazione aggravato. In sede di appello, l’imputata ha scelto di concordare la pena con il Procuratore Generale, optando per il patteggiamento in appello. Questa decisione ha portato a una sentenza che ha stabilito la pena concordata, chiudendo di fatto il secondo grado di giudizio.

Il ricorso in Cassazione: le doglianze dell’imputata

Nonostante il patteggiamento, l’imputata ha deciso di presentare ricorso in Cassazione. Ha lamentato un vizio di motivazione, sostenendo che la Corte d’Appello non avesse adeguatamente esaminato l’esistenza di cause di non punibilità (previste dall’articolo 129 del codice di procedura penale). Ha anche contestato la congruità della pena che aveva precedentemente concordato.

I limiti del Patteggiamento in appello

La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso e lo ha dichiarato inammissibile. Ha ribadito un principio fondamentale: dopo il patteggiamento in appello, il giudice di secondo grado non ha l’obbligo di motivare sul mancato proscioglimento dell’imputato per le cause di non punibilità. Questo perché l’accordo sulla pena limita la cognizione del giudice ai soli motivi di impugnazione specificamente indicati e non oggetto di rinuncia. In pratica, chi sceglie il patteggiamento accetta una definizione del processo che preclude alcune contestazioni successive.

La questione della pena concordata

Un altro punto cruciale sollevato dalla ricorrente riguardava l’ammontare della pena. La Cassazione ha chiarito che la doglianza sul quantum (cioè l’ammontare) della pena irrogata non rientra nel circoscritto perimetro dell’illegalità della pena. Solo l’illegalità della pena, intesa come violazione di norme imperative sulla sua applicazione, può essere dedotta in Cassazione dopo un patteggiamento. La congruità, invece, rientra nella discrezionalità dell’accordo raggiunto e non può essere riesaminata in sede di legittimità.

Le motivazioni: perché il ricorso è inammissibile dopo il Patteggiamento in appello

La Corte ha motivato l’inammissibilità del ricorso richiamando la natura e gli effetti del patteggiamento in appello. Questo istituto, reintrodotto dalla legge n. 103 del 2017, configura un accordo tra le parti che definisce il giudizio di secondo grado. Di conseguenza, il giudice d’appello, nel recepire tale accordo, non è tenuto a svolgere un’autonoma valutazione sulle cause di non punibilità previste dall’articolo 129 del codice di procedura penale. La sua cognizione è limitata a verificare la correttezza formale dell’accordo e la legalità della pena. Le doglianze della ricorrente, non rientrando in questi specifici ambiti, sono state considerate improponibili in sede di Cassazione.

Le conclusioni: le conseguenze del ricorso inammissibile

L’esito del ricorso è stato sfavorevole per la ricorrente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questa decisione ha comportato la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali. Inoltre, è stata condannata a versare una somma di Euro 4.000,00 a favore della Cassa delle ammende. Questo caso sottolinea l’importanza di valutare attentamente le conseguenze di un patteggiamento in appello, in quanto limita significativamente le possibilità di impugnazione successiva, concentrando il controllo della Suprema Corte solo su aspetti di stretta legalità della pena.

Cos’è il patteggiamento in appello?
Il patteggiamento in appello è un accordo tra l’imputato e il pubblico ministero per concordare la pena in secondo grado, evitando un dibattimento completo e ottenendo una definizione rapida del processo.

Si può ricorrere in Cassazione dopo un patteggiamento in appello?
Sì, è possibile ricorrere in Cassazione, ma con limiti molto stringenti. Il ricorso è ammesso solo per questioni relative all’illegalità della pena o a vizi procedurali gravi, non per contestare la congruità della pena o la mancata applicazione di cause di non punibilità.

Quali sono le conseguenze di un ricorso inammissibile in Cassazione?
Un ricorso dichiarato inammissibile comporta la condanna al pagamento delle spese processuali e, spesso, anche al versamento di una somma di denaro a favore della Cassa delle ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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