Partecipazione mafiosa: la “messa a disposizione” è sufficiente per la custodia cautelare
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45544/2023, offre un’importante chiave di lettura sul reato di partecipazione mafiosa, stabilendo che la stabile “messa a disposizione” di un soggetto a favore del sodalizio criminale è sufficiente a integrare la condotta, giustificando l’applicazione di misure cautelari gravi come la custodia in carcere. Questa pronuncia ribadisce un principio fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata, distinguendo nettamente il ruolo del partecipe da quello del mero fiancheggiatore occasionale.
I Fatti del Caso
Il caso trae origine da un’ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un individuo. Le accuse a suo carico erano numerose e gravi: partecipazione a un’associazione di stampo mafioso (‘ndrangheta), diverse estorsioni, violenza privata e traffico di sostanze stupefacenti. Secondo l’accusa, l’indagato era una persona di fiducia dei vertici della cosca, pienamente inserito nelle dinamiche criminali. Avrebbe partecipato a riunioni e summit, cooperando alla realizzazione del programma criminoso, come emerso da intercettazioni e dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia.
Tra gli episodi contestati figuravano:
- Estorsioni a danno di imprenditori e privati, anche come ritorsione per vicende interne alla cosca.
- Violenza privata per costringere un imprenditore a intrattenere rapporti commerciali solo con soggetti graditi all’organizzazione.
- Un tentativo di piazzare una partita di cocaina nella Capitale.
I Motivi del Ricorso in Cassazione
La difesa dell’indagato ha presentato ricorso in Cassazione, articolando diverse censure. In primo luogo, si contestava l’effettiva affiliazione dell’indagato alla cosca, sostenendo che la sua condotta derivasse da mera sudditanza familiare o da un tornaconto personale, e non da un’adesione volontaria al programma criminale. Inoltre, si dubitava della sua identificazione in alcune conversazioni intercettate.
Per quanto riguarda i reati specifici, la difesa proponeva ricostruzioni alternative, cercando di derubricare un’estorsione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni o di sminuire il ruolo dell’indagato come semplice messaggero. Infine, si contestava la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso e la persistenza delle esigenze cautelari, ritenute affievolite dal tempo trascorso.
L’Analisi della Corte sulla Partecipazione Mafiosa
La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, ritenendolo infondato. Il cuore della decisione si concentra sulla corretta interpretazione del concetto di partecipazione mafiosa, richiamando i principi espressi dalle Sezioni Unite.
La nozione di “messa a disposizione”
I giudici hanno chiarito che la condotta di partecipazione si caratterizza per lo stabile inserimento dell’agente nella struttura organizzativa. Questo inserimento si manifesta attraverso una concreta “messa a disposizione” a favore del sodalizio, un atteggiamento che deve avere i caratteri della serietà e della continuità. Non è necessario commettere materialmente dei reati; è sufficiente dimostrare l’adesione libera e volontaria al programma associativo e la disponibilità a eseguire le direttive dei capi. Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che la costante disponibilità dell’indagato, la sua partecipazione a summit e il suo coinvolgimento in numerosi reati-fine fossero elementi più che sufficienti a configurare tale ruolo.
La Valutazione degli Altri Reati
La Corte ha respinto anche le censure relative agli altri capi d’imputazione:
- Estorsione: I giudici hanno specificato che anche quando si agisce per ottenere un risarcimento per conto di un altro affiliato, il reato di estorsione sussiste. Il profitto è “ingiusto” quando la violenza o la minaccia sono usate per scopi ulteriori, come il regolamento di conti in ambito mafioso, che vanno oltre la mera pretesa creditoria.
- Traffico di stupefacenti: È stato ribadito che il reato di offerta in vendita di droga si perfeziona con la sola manifestazione di volontà di procurarla ad altri, anche se non si ha la disponibilità immediata della sostanza.
- Aggravante mafiosa: L’ordinanza impugnata aveva ampiamente dimostrato la natura mafiosa delle intimidazioni e l’obiettivo di arricchire le finanze della cosca, rendendo manifestamente infondata la censura sul punto.
Le Motivazioni
La Suprema Corte ha basato la sua decisione sul principio che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in una nuova valutazione dei fatti. Le ricostruzioni alternative proposte dalla difesa sono state considerate questioni di merito, già adeguatamente vagliate e respinte dal Tribunale del Riesame con una motivazione logica e coerente. La valutazione del significato delle intercettazioni e delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia è di esclusiva competenza del giudice di merito. La Corte ha quindi confermato la solidità del quadro indiziario, ritenendo che il Tribunale avesse correttamente applicato la legge e motivato in modo esauriente sia sulla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per tutti i reati contestati sia sulla persistenza delle esigenze cautelari, giustificate dal concreto rischio di crescita del ruolo dell’indagato all’interno della cosca.
Le Conclusioni
Questa sentenza riafferma un orientamento consolidato e cruciale: la lotta alla criminalità organizzata si fonda sulla capacità di individuare e colpire non solo chi commette materialmente i crimini, ma anche chi, con la propria disponibilità stabile e continua, consente all’organizzazione di esistere, prosperare e mantenere il proprio potere intimidatorio sul territorio. La nozione di “messa a disposizione” si conferma come uno strumento giuridico essenziale per definire la partecipazione mafiosa, permettendo di applicare misure severe anche a soggetti che operano nell’ombra, ma il cui contributo è vitale per la sopravvivenza della cosca.
Cosa significa ‘partecipazione mafiosa’ secondo la Corte di Cassazione?
Significa l’inserimento stabile di un soggetto nella struttura organizzativa del sodalizio, caratterizzato da una concreta, seria e continua ‘messa a disposizione’ per il perseguimento dei fini criminali comuni, a prescindere dall’effettivo compimento di specifici reati.
Per configurare il reato di estorsione, il profitto deve essere necessariamente economico per chi agisce?
No. Il profitto è considerato ‘ingiusto’, e quindi integra il reato di estorsione, anche quando consiste in un vantaggio non patrimoniale, come quello di ristabilire equilibri interni all’organizzazione criminale o di affermarne il potere attraverso un regolamento di conti.
È sufficiente offrire droga in vendita, senza averne la disponibilità immediata, per commettere un reato?
Sì. Secondo la Corte, il reato di offerta e messa in vendita di sostanze stupefacenti si perfeziona già al momento della manifestazione della volontà di procurare la sostanza ad altri, anche se il venditore non ne ha la disponibilità immediata.