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Ordine di demolizione: permesso parziale non salva l’abuso

La Corte di Cassazione ha confermato un ordine di demolizione per un immobile abusivo, nonostante i proprietari avessero ottenuto un permesso in sanatoria per una piccola parte. La Corte ha stabilito che se l’amministrazione comunale ha avviato un procedimento per annullare tale permesso e negare il condono per la parte restante, il giudice dell’esecuzione deve procedere. La probabile futura illegittimità dei titoli edilizi rende l’ordine di demolizione pienamente esecutivo. La semplice esistenza di un permesso, se precario e a rischio di annullamento, non è sufficiente a fermare la demolizione dell’abuso.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 17422 Anno 2023
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Pubblicato il 7 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Un permesso a rischio non ferma la ruspa

La Corte di Cassazione, con una recente sentenza, ha affrontato un caso complesso relativo a un ordine di demolizione per un immobile costruito abusivamente. La decisione chiarisce un principio fondamentale: un permesso di costruire in sanatoria, ottenuto per una parte dell’edificio, non è sufficiente a bloccare la demolizione se lo stesso permesso è precario e a rischio di annullamento da parte del Comune. Questa pronuncia offre spunti importanti per chi si trova ad affrontare situazioni simili, sottolineando come la stabilità e la legittimità dei titoli amministrativi siano cruciali.

La vicenda: un abuso edilizio e un tentativo di regolarizzazione

La storia inizia con la costruzione di un immobile senza le necessarie autorizzazioni. A seguito della condanna penale, i proprietari ricevono un ordine di demolizione definitivo. Per cercare di salvare almeno una parte della loro proprietà, ottengono dal Comune un permesso in sanatoria che regolarizza una porzione limitata dell’edificio, circa 32 metri quadrati. Per la restante e più ampia parte abusiva, circa 88 metri quadrati, presentano invece delle istanze di condono. Forti di questi atti amministrativi, i proprietari chiedono al giudice dell’esecuzione di revocare l’ordine di demolire l’intera struttura, sostenendo che la situazione fosse cambiata.

La reazione del Comune e il dubbio sulla legittimità

Tuttavia, la situazione si complica. Il Comune, dopo aver rilasciato il permesso parziale, avvia un procedimento di autotutela. Questo significa che l’amministrazione stessa mette in discussione la validità del permesso che aveva concesso. Il motivo era che i proprietari non avevano rispettato una condizione essenziale: demolire le parti non sanate. Inoltre, il Comune avvia anche le procedure per negare le istanze di condono relative alla parte più grande dell’abuso. A questo punto, il giudice si trova di fronte a un dilemma: dare peso a un permesso esistente ma “traballante” o confermare l’originario ordine di demolizione?

L’ordine di demolizione prevale su un permesso precario

La Corte di Cassazione non ha avuto dubbi. Ha stabilito che il giudice dell’esecuzione ha il dovere di guardare oltre la semplice esistenza di un atto amministrativo. Deve valutarne la legittimità e, soprattutto, la stabilità nel tempo. Se ci sono elementi concreti, come l’avvio di un procedimento di annullamento da parte del Comune, che rendono “ragionevolmente prevedibile” la rimozione del permesso, allora l’ordine di demolizione deve essere eseguito. In altre parole, un titolo abilitativo la cui validità è messa seriamente in discussione non può paralizzare l’esecuzione di una sentenza penale definitiva.

Le motivazioni: la prevedibilità dell’esito amministrativo

La Corte ha spiegato che la stessa logica si applica in modo speculare. Se è prevedibile che un permesso venga rilasciato, la demolizione può essere sospesa. Ma se, al contrario, è altamente probabile che il permesso venga annullato e il condono negato, la demolizione deve procedere. Nel caso specifico, l’avvio del procedimento di annullamento del permesso e di diniego del condono rendeva la futura decisione del Comune quasi certa. Pertanto, il giudice ha correttamente escluso che questi atti amministrativi fossero incompatibili con l’esecuzione dell’ordine di demolire. La Corte ha anche respinto l’argomento secondo cui la demolizione avrebbe danneggiato la parte sanata, poiché il permesso stesso imponeva di abbattere il resto.

Le conclusioni: cosa insegna questa sentenza

La decisione finale è stata la conferma dell’ordine di demolizione. I proprietari hanno perso il ricorso e sono stati condannati a pagare le spese processuali. Questa sentenza ribadisce un principio di rigore: non si può usare un permesso parziale e precario come scudo per salvare un abuso edilizio. Il giudice dell’esecuzione ha il potere e il dovere di compiere una valutazione approfondita, anticipando l’esito probabile dei procedimenti amministrativi. Per i cittadini, il messaggio è chiaro: la regolarizzazione di un abuso edilizio deve essere completa, legittima e definitiva per poter sperare di bloccare l’azione della giustizia penale.

Un permesso che regolarizza solo una parte dell’abuso edilizio può fermare la demolizione di tutto l’immobile?
No, non necessariamente. Se il permesso è parziale e, soprattutto, se il Comune ha avviato un procedimento per annullarlo, il giudice può ritenere che l’ordine di demolizione per l’intero abuso resti valido e vada eseguito.

Cosa valuta il giudice quando si chiede di revocare un ordine di demolizione sulla base di un nuovo permesso?
Il giudice non si limita a prendere atto del permesso. Valuta anche la sua legittimità e la sua stabilità. Se ci sono elementi concreti che fanno prevedere un suo annullamento da parte del Comune, il giudice può decidere di non revocare la demolizione.

La demolizione può essere sostituita da una multa se danneggia la parte sanata dell’edificio?
La legge prevede questa possibilità, ma nel caso specifico la Corte ha ritenuto che non ci fosse questo rischio. Il permesso in sanatoria stesso prevedeva l’obbligo di demolire la parte restante, quindi non si poteva invocare il pregiudizio alla parte ‘regolare’ per evitare la demolizione.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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