Omessa comunicazione reddito di cittadinanza: la Cassazione chiarisce le responsabilità
Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Sent. N. 2275/2026) ha affrontato un caso cruciale in materia di omessa comunicazione reddito di cittadinanza, stabilendo principi importanti sulla responsabilità del beneficiario anche in presenza di errori commessi da intermediari come i CAF. La decisione conferma che l’obbligo di informare l’INPS su variazioni di reddito è personale e non delegabile, ma al contempo bacchetta i giudici di merito per un errore nel calcolo della pena.
I Fatti di Causa
Il caso riguarda un cittadino condannato per non aver comunicato all’INPS le variazioni occupazionali e reddituali sue e di un componente del suo nucleo familiare, verificatesi mentre percepiva il reddito di cittadinanza. In particolare, l’imputato era stato assunto presso un panificio e anche la moglie aveva iniziato a percepire un reddito da lavoro.
La difesa del ricorrente si basava su un punto fondamentale: l’errore era stato commesso dall’operatore del CAF che, pur essendo stato informato della condizione di lavoratore, aveva erroneamente contrassegnato la casella “disoccupato” nella domanda telematica. Secondo l’imputato, questo errore del terzo avrebbe dovuto escludere la sua intenzione di commettere il reato (il dolo).
La Responsabilità per l’omessa comunicazione del reddito di cittadinanza
La Corte di Cassazione ha rigettato con fermezza la tesi difensiva. Secondo i giudici, l’errore commesso dal CAF nella fase di presentazione della domanda iniziale non ha alcuna incidenza sull’obbligo successivo del beneficiario di comunicare le variazioni. La legge, infatti, impone al percettore del sussidio di presentare un apposito modello (il cosiddetto “RdC-COM”) entro 30 giorni dall’inizio di una nuova attività lavorativa.
Questo adempimento è considerato un obbligo personale e informativo che grava direttamente sul beneficiario. L’ignoranza di tale obbligo non è una scusante valida, in quanto si traduce in un “errore sulla legge penale”, che, secondo l’articolo 5 del codice penale, non esclude la punibilità. In altre parole, il cittadino non può giustificarsi dicendo “non sapevo di doverlo fare”. La Corte ha sottolineato che la responsabilità penale sorge dall’omissione cosciente e volontaria di questa comunicazione, a prescindere da come sia stata compilata la domanda originaria.
L’errore sul calcolo della pena
Se da un lato la Cassazione ha confermato la colpevolezza dell’imputato, dall’altro ha accolto il motivo di ricorso relativo al trattamento sanzionatorio. Il reato di omessa comunicazione delle variazioni reddituali (previsto dall’art. 7, comma 2, del D.L. 4/2019) è punito con la reclusione da uno a tre anni.
I giudici di primo e secondo grado avevano erroneamente calcolato la pena partendo da una base di due anni di reclusione, ritenendola il minimo edittale. La Cassazione ha rilevato l’errore, precisando che il minimo di legge è di un anno. Di conseguenza, la pena inflitta era illegittima perché basata su un presupposto sbagliato.
Le Motivazioni della Corte
Le motivazioni della Corte si articolano su tre pilastri. Primo, la responsabilità penale per l’omessa comunicazione è personale; l’errore di un intermediario non solleva il beneficiario dal suo dovere di informare l’ente erogatore. Secondo, l’ignoranza di questo specifico obbligo informativo è considerata un errore di diritto inescusabile, che non fa venir meno il dolo. Terzo, il calcolo della pena deve sempre partire dai limiti minimi e massimi previsti dalla norma incriminatrice. Un errore su questo punto, come avvenuto nel caso di specie dove si è partiti da una base di due anni anziché uno, rende la sentenza illegittima e ne impone l’annullamento sul punto.
Conclusioni
Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale per tutti i percettori di benefici statali: la responsabilità di comunicare correttamente e tempestivamente la propria situazione reddituale è personale. Affidarsi a un intermediario non è una garanzia di immunità da conseguenze penali in caso di omissioni. La pronuncia, tuttavia, serve anche da monito per i giudici, richiamandoli a un’applicazione rigorosa dei limiti di pena stabiliti dalla legge, a garanzia della proporzionalità della sanzione.
Un errore del CAF nella compilazione della domanda per il reddito di cittadinanza esonera il beneficiario dalla responsabilità penale per omessa comunicazione di variazioni reddituali?
No, la Cassazione ha stabilito che l’obbligo di comunicare le variazioni reddituali è un adempimento successivo e personale del beneficiario, che non viene meno a causa di un errore del CAF nella domanda iniziale.
L’ignoranza dell’obbligo di presentare il modello RdC-COM per comunicare nuove entrate è una scusante valida?
No, secondo la Corte, l’ignoranza o l’errore sugli adempimenti necessari per percepire il reddito di cittadinanza costituisce un errore su legge penale, che non esclude la sussistenza del dolo (l’intenzione), come previsto dall’art. 5 del codice penale.
Per quale motivo la sentenza è stata annullata e rinviata alla Corte d’Appello?
La sentenza è stata annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio. I giudici di merito avevano erroneamente calcolato la pena partendo da una base di due anni di reclusione, mentre il minimo edittale previsto dalla legge per il reato contestato (art. 7, comma 2, D.L. n. 4/2019) è di un anno. La Corte d’Appello dovrà quindi ricalcolare la pena partendo dalla base corretta.