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Offese in scritti giudiziari: assolto per diffamazione, ma senza spese

Un soggetto, sotto procedimento disciplinare, accusa in una memoria difensiva un membro del Consiglio di Disciplina di abuso e ritorsione. La Cassazione conferma che le tutele per le offese in scritti giudiziari (art. 598 c.p.) si applicano anche in questi contesti, rendendo l’imputato non punibile per diffamazione. Tuttavia, la Corte annulla parzialmente la sentenza perché il giudice precedente non ha deciso sulla richiesta dell’imputato di condannare la parte civile al pagamento delle spese legali. Il caso torna quindi al Tribunale solo per decidere su questo specifico punto economico, confermando però l’assoluzione dal reato.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 1 Num. 16186 Anno 2026
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Pubblicato il 19 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Offese in scritti giudiziari: quando la difesa non è diffamazione

La libertà di difesa in un procedimento, sia esso giudiziario o disciplinare, consente di usare espressioni forti senza che queste diventino automaticamente un reato. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito l’importanza della norma sulle offese in scritti giudiziari, chiarendo i confini tra diritto di difesa e diffamazione. Il caso analizzato riguarda un soggetto che, per difendersi in un procedimento disciplinare, ha usato parole dure nei confronti del consigliere relatore, accusandolo di intenti persecutori e ritorsivi. Questa vicenda offre lo spunto per capire come la legge bilancia la tutela della reputazione con l’esigenza di garantire una difesa piena ed efficace.

I fatti: un’accusa pesante in una memoria difensiva

La vicenda ha origine da un procedimento disciplinare avviato nei confronti di un professionista. Per difendersi, quest’ultimo presentava una memoria scritta al Consiglio di Disciplina. Nel documento, egli sosteneva che la “perpetuazione del procedimento disciplinare” costituisse “un vero e proprio abuso da parte del consigliere relatore” e si traducesse in “un mezzo di indebita ritorsione/intimidazione”. A seguito di queste affermazioni, il professionista veniva accusato del reato di diffamazione. La questione centrale diventava quindi stabilire se tali espressioni, oggettivamente offensive, fossero protette dal diritto di difesa.

Il diritto di difesa e l’esimente speciale

Il nostro ordinamento protegge il diritto di difesa in vari modi. Esiste una tutela generale (art. 51 del codice penale) che giustifica un’azione se compiuta nell’esercizio di un diritto. Tuttavia, per le controversie legali, esiste una norma specifica e più potente: l’articolo 598 del codice penale. Questa norma stabilisce che le offese in scritti giudiziari o nei discorsi pronunciati davanti all’autorità giudiziaria non sono punibili, a condizione che riguardino l’oggetto della causa. La Corte ha chiarito che questa protezione speciale si applica non solo nei tribunali ordinari, ma anche in contesti come i procedimenti disciplinari davanti agli ordini professionali, poiché anche lì si esercita un diritto di difesa.

Le motivazioni: perché non è diffamazione

La Corte di Cassazione ha confermato la non punibilità dell’imputato, applicando proprio l’articolo 598. I giudici hanno spiegato che la condizione fondamentale per l’applicazione di questa norma è la pertinenza delle offese all’oggetto della controversia. Nel caso specifico, le accuse di “abuso” e “ritorsione”, sebbene aspre, erano funzionali alla tesi difensiva dell’imputato, che mirava a dimostrare l’illegittimità del procedimento disciplinare a suo carico. Le frasi erano quindi direttamente collegate all’oggetto del contendere. La Corte ha ritenuto irrilevante la richiesta dell’imputato di essere assolto in base alla norma più generica sul diritto di difesa (art. 51 c.p.), poiché aveva già ottenuto il risultato più favorevole, cioè l’assoluzione piena, grazie alla norma speciale sulle offese in scritti giudiziari.

Le conclusioni: assolto sì, ma la questione delle spese resta aperta

L’esito finale della vicenda è una vittoria sostanziale per l’imputato, che viene definitivamente scagionato dall’accusa di diffamazione. Tuttavia, la Cassazione ha individuato un errore nella sentenza precedente. Il giudice non aveva preso in considerazione la richiesta dell’imputato di condannare la parte civile (chi lo aveva accusato) a rimborsargli le spese legali sostenute, come previsto dall’articolo 541 del codice di procedura penale in caso di assoluzione. Per questo motivo, la sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto. Il caso dovrà essere riesaminato da un altro giudice, che avrà il solo compito di decidere sulla questione delle spese. Il principio di diritto, però, è chiaro: le offese in scritti giudiziari, se pertinenti alla causa, non costituiscono reato.

Posso essere accusato di diffamazione per ciò che scrivo in un atto difensivo?
No, se le espressioni offensive sono contenute in scritti presentati a un’autorità giudiziaria (o disciplinare) e sono pertinenti all’oggetto della causa, si applica la causa di non punibilità prevista dall’art. 598 del codice penale.

La protezione per le offese negli scritti si applica solo nei tribunali?
No, la giurisprudenza ha chiarito che questa tutela si estende a qualsiasi procedimento in cui si esercita un diritto di difesa, inclusi i procedimenti disciplinari davanti agli ordini professionali.

Se vengo assolto, la persona che mi ha accusato deve sempre pagarmi le spese legali?
Non automaticamente. In caso di assoluzione, il tuo avvocato deve farne esplicita richiesta al giudice. Il giudice può condannare la parte civile a rifondere le spese, ma è una sua decisione basata sul caso specifico, come dimostra questa sentenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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