Motivazione per relationem: quando il richiamo al parere del PM rende nullo il provvedimento
La motivazione per relationem è una tecnica redazionale con cui un giudice, per motivare la propria decisione, fa riferimento al contenuto di un altro atto processuale. Sebbene sia una pratica ammessa, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 41607/2025, ha ribadito i limiti invalicabili di tale strumento, annullando un’ordinanza che si era limitata a richiamare il parere, peraltro non motivato, del pubblico ministero. Questo caso offre uno spunto fondamentale per comprendere l’importanza del dovere di motivazione che grava su ogni provvedimento giurisdizionale.
I Fatti del Caso
Un detenuto, in regime di custodia cautelare, presentava un’istanza al Giudice per le indagini preliminari (GIP) per ottenere l’autorizzazione a effettuare colloqui ordinari e telefonici. Il GIP rigettava la richiesta con una formula estremamente sintetica, motivando la decisione esclusivamente “stante il parere del p.m.”.
Il difensore del detenuto proponeva ricorso per Cassazione, lamentando un vizio di nullità per difetto assoluto di motivazione. La difesa sosteneva che il parere del pubblico ministero, non avendo carattere vincolante, non poteva essere l’unico fondamento della decisione, soprattutto quando, come nel caso di specie, lo stesso parere del PM era privo di qualsiasi argomentazione, essendosi limitato a esprimere un generico “parere contrario”.
La Decisione della Corte sulla motivazione per relationem
La Corte Suprema di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando l’ordinanza impugnata e rinviando gli atti al GIP per un nuovo giudizio. I giudici hanno affermato un principio cruciale: un provvedimento giudiziario che si limita a richiamare il parere di un’altra parte processuale è nullo se tale parere è, a sua volta, immotivato.
L’Illegittimità della Motivazione Apparente
La Corte ha chiarito che, sebbene la motivazione per relationem sia in linea generale ammissibile, essa richiede che l’atto richiamato contenga una vera e propria argomentazione. Il giudice deve, in sostanza, far propria la motivazione altrui. Nel caso in esame, il pubblico ministero aveva semplicemente espresso un’opinione contraria senza spiegarne le ragioni. Di conseguenza, il GIP, richiamando un atto privo di contenuto motivazionale, non ha a sua volta fornito alcuna motivazione. Si è così integrato un “difetto assoluto di motivazione”, vizio che, ai sensi dell’art. 125, comma 3, del codice di procedura penale, determina la nullità del provvedimento.
Ricorribilità dei provvedimenti sui colloqui
In via preliminare, la Corte ha ribadito un importante principio procedurale: i provvedimenti che decidono sulle istanze di colloquio dei detenuti sono direttamente ricorribili per Cassazione. Questo perché, pur non essendo formalmente ordinanze in materia di misure cautelari, possono incidere concretamente sul grado di afflittività della detenzione, inasprendola.
Le Motivazioni della Sentenza
Il cuore della decisione risiede nell’obbligo costituzionale di motivare tutti i provvedimenti giurisdizionali, sancito dall’art. 111 della Costituzione. La Corte di Cassazione ha specificato che il giudice non può abdicare alla sua funzione critica e decisoria delegandola, di fatto, al pubblico ministero. Richiamare un “parere contrario” senza alcuna argomentazione significa emettere un provvedimento con una motivazione solo apparente, che non consente di comprendere l’iter logico-giuridico seguito dal giudice per giungere a quella conclusione. Questo vizio è insanabile e comporta l’annullamento dell’atto.
Conclusioni e Implicazioni Pratiche
La sentenza in esame rafforza un principio fondamentale dello stato di diritto: ogni decisione che limita la libertà personale deve essere supportata da una motivazione effettiva, comprensibile e verificabile. I giudici non possono utilizzare formule di stile o rinvii a pareri non argomentati per respingere le istanze dei cittadini. Questa pronuncia serve da monito, sottolineando che una motivazione per relationem è legittima solo se l’atto richiamato è esso stesso compiutamente motivato, permettendo al giudice di farlo proprio e al cittadino di comprendere le ragioni della decisione che lo riguarda.
È valido un provvedimento del giudice che si limita a richiamare il parere del pubblico ministero?
No, non è valido se il parere del pubblico ministero è a sua volta privo di qualsiasi motivazione. La Corte di Cassazione ha stabilito che una tale “motivazione per relationem” a un atto non motivato equivale a un difetto assoluto di motivazione e rende nullo il provvedimento.
Un detenuto può ricorrere in Cassazione contro il diniego di autorizzazione ai colloqui?
Sì. La Corte chiarisce che i provvedimenti che decidono sulle istanze di colloquio sono ricorribili per Cassazione ai sensi dell’art. 111, comma 7, della Costituzione, in quanto possono risolversi in un inasprimento del grado di afflittività della misura cautelare.
Cosa si intende per “difetto assoluto di motivazione”?
Si intende un vizio del provvedimento giudiziario che si verifica quando la motivazione è totalmente mancante o è meramente apparente, come nel caso in cui il giudice si limiti a richiamare un parere altrui privo di argomentazioni. Questo vizio ne determina la nullità.