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Minaccia un agente: condanna valida con motivazione per relationem

Un uomo, condannato per rapina e resistenza a pubblico ufficiale per aver minacciato un militare entrato in casa sua per un’indagine, ha presentato ricorso in Cassazione. L’imputato sosteneva che la sentenza d’appello fosse nulla perché la sua motivazione si limitava a richiamare quella di primo grado. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Ha stabilito che la **motivazione per relationem** è legittima quando il giudice d’appello riesamina criticamente i fatti e le argomentazioni, soprattutto se i motivi del ricorso sono generici e già trattati in precedenza. La condanna è quindi diventata definitiva.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 23671 Anno 2023
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Pubblicato il 16 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Quando una sentenza può richiamare un’altra decisione?

La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso interessante che chiarisce i limiti e la validità della cosiddetta motivazione per relationem. Questa tecnica giuridica consente a un giudice di motivare la propria sentenza facendo riferimento alle argomentazioni di una decisione precedente. Sebbene sia uno strumento utile per l’economia processuale, il suo utilizzo deve rispettare precise condizioni per garantire il diritto di difesa. La sentenza in esame offre uno spunto pratico per capire come la giustizia bilancia efficienza e garanzie.

I fatti all’origine del ricorso

La vicenda ha origine da un’indagine per rapina. Un Pubblico Ufficiale, un militare dei carabinieri, si era recato presso l’abitazione di un uomo per accertare un fatto delittuoso denunciato da una persona offesa. Al momento dell’ingresso in casa, l’uomo lo aveva minacciato. L’intento era chiaro: ostacolare l’operato del militare e sottrarsi alle indagini. Per questo comportamento, l’uomo è stato condannato sia per rapina in concorso che per il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

L’appello e il ricorso in Cassazione

Non ritenendo giusta la condanna, l’imputato ha presentato appello. La Corte d’Appello, però, ha confermato la sentenza di primo grado. Secondo la difesa, i giudici del secondo grado non avevano fornito una motivazione autonoma e completa, ma si erano limitati a richiamare le ragioni del primo giudice. Questo, secondo il ricorrente, costituiva un vizio della sentenza. Di conseguenza, l’uomo ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando proprio la carenza di motivazione e l’uso illegittimo della motivazione per relationem.

I limiti della motivazione per relationem

Il cuore della questione giuridica non è se un giudice possa richiamare un’altra sentenza, ma come debba farlo. La Corte di Cassazione ha ribadito un principio consolidato. La motivazione per relationem è legittima, ma non può essere una scorciatoia o un rinvio acritico. Il giudice che la utilizza deve dimostrare di aver recepito in modo critico e valutativo la decisione precedente. Deve, inoltre, ripercorrere e approfondire gli aspetti contestati dalla difesa. Se l’atto di appello contiene critiche generiche o che hanno già trovato una risposta esauriente nella prima sentenza, il giudice d’appello può legittimamente richiamarla senza dover riscrivere tutto da capo.

Le motivazioni: perché il ricorso è stato respinto

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici supremi hanno osservato che il ricorrente si era limitato a criticare l’uso della motivazione per relationem in modo astratto. Non aveva specificato quali punti del suo appello non fossero stati adeguatamente analizzati dalla Corte territoriale. Al contrario, dalla lettura della sentenza impugnata emergeva chiaramente che i giudici d’appello avevano puntualmente esaminato i motivi di contestazione, ritenendoli infondati con un percorso logico coerente. In sostanza, il ricorso era una sterile reiterazione di argomenti già adeguatamente respinti, rendendo legittimo il richiamo alla prima sentenza.

Le conclusioni: la condanna diventa definitiva

L’esito del processo è la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. Questo significa che la condanna per rapina e resistenza a pubblico ufficiale è diventata definitiva. L’imputato è stato anche condannato a pagare le spese processuali e una somma in favore della Cassa delle ammende. La decisione rafforza un importante principio di procedura penale: un appello non può basarsi su critiche generiche. Per contestare una motivazione per relationem, è necessario dimostrare in modo specifico quali argomenti difensivi sono stati ignorati o non valutati criticamente dal giudice.

Cos’è esattamente una ‘motivazione per relationem’?
È quando un giudice, per scrivere le ragioni della sua decisione, fa un riferimento diretto alle motivazioni di una sentenza precedente o di un altro atto del processo, facendole proprie.

Una sentenza che richiama quella precedente è sempre legittima?
No. È legittima solo se il giudice dimostra di aver riesaminato criticamente il caso e le argomentazioni della difesa, e non si limita a un semplice copia-incolla. Non è valida se ignora specifiche contestazioni sollevate nell’appello.

Qual è stata la conseguenza finale per l’imputato in questo caso?
Il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile. La sua condanna per rapina e resistenza a pubblico ufficiale è diventata definitiva e ha dovuto pagare le spese processuali e una multa.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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