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Medico condannato per Peculato: visite in studio non autorizzato

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per Peculato del pubblico ufficiale nei confronti di una dottoressa ginecologa. La professionista, autorizzata a svolgere attività libero-professionale intramuraria (intramoenia allargata) in uno studio specifico, aveva invece eseguito visite in un altro studio privato. Non aveva poi versato all’ASL la quota dovuta sui compensi incassati dalle pazienti, che erano state indirizzate a lei dalla struttura pubblica. La Suprema Corte ha ribadito che il possesso del denaro era avvenuto in ragione dell’ufficio, configurando il peculato e non la truffa. Ha annullato la sentenza solo per la rideterminazione della pena e l’applicazione di un’attenuante.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 23792 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale

Il Peculato del pubblico ufficiale: quando un medico rischia la condanna per visite private

La sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Penale, n. 23792 del 2022, affronta un tema delicato e di grande rilevanza: il Peculato del pubblico ufficiale commesso da un medico. Questo caso specifico chiarisce i confini tra il peculato e altri reati, come la truffa, e sottolinea l’importanza del nesso funzionale tra l’attività del professionista e la sua qualifica pubblica. Comprendere questa distinzione è fondamentale per chi opera nel settore pubblico e per i cittadini che usufruiscono di servizi sanitari.

Il caso della dottoressa e le visite “intramoenia”

Una dottoressa, ginecologa e dirigente ospedaliera, aveva ricevuto l’autorizzazione dall’ASL per svolgere attività libero-professionale intramuraria, la cosiddetta “intramoenia allargata”. Questa modalità le permetteva di effettuare visite private nel suo studio, ma con l’obbligo di versare una quota dei compensi all’ente pubblico. I controlli successivi hanno rivelato che la dottoressa aveva eseguito numerose visite in uno studio diverso da quello autorizzato. Inoltre, non aveva versato all’ASL la percentuale dovuta sulle somme incassate dalle pazienti. Le pazienti, sentite in giudizio, avevano confermato di essere state indirizzate a lei dalla struttura pubblica.

La contestazione del Peculato del pubblico ufficiale

La dottoressa è stata condannata per Peculato del pubblico ufficiale. La difesa sosteneva che la sua condotta non integrasse peculato, ma al massimo truffa, o che fosse addirittura lecita. Argomentava che le visite erano state svolte in un contesto privatistico, senza un legame diretto con la funzione pubblica, e che l’aver operato in uno studio non autorizzato avrebbe interrotto il nesso funzionale con l’ASL. La questione centrale era stabilire se il possesso del denaro da parte della dottoressa fosse avvenuto “in ragione dell’ufficio o del servizio”, come richiesto dall’articolo 314 del Codice Penale.

Il confine tra Peculato e Truffa: la chiave del nesso funzionale

La Suprema Corte ha ribadito un principio consolidato: per il Peculato del pubblico ufficiale, il possesso del denaro o del bene deve derivare da un nesso giuridico funzionale con l’ufficio o il servizio. Non è sufficiente un semplice collegamento occasionale. Il pubblico ufficiale deve appropriarsi di denaro di cui ha la disponibilità per ragioni legate all’esercizio dei suoi poteri o doveri.

La differenza con la truffa è sottile ma cruciale. Nel peculato, il pubblico ufficiale ha già la disponibilità del bene in virtù della sua posizione e se ne appropria. Nella truffa, invece, il soggetto, attraverso artifizi o raggiri, induce un altro in errore per ottenere il possesso del bene. Nel caso esaminato, la dottoressa aveva già la disponibilità del denaro ricevuto dalle pazienti, che le erano state indirizzate dall’ASL. Non aveva ingannato l’ente per ottenere il denaro, ma si era appropriata di somme che avrebbe dovuto versare.

L’irrilevanza dello studio non autorizzato per il Peculato del pubblico ufficiale

La Cassazione ha chiarito che la circostanza che le prestazioni mediche fossero state eseguite in uno studio diverso da quello autorizzato non interrompe il nesso funzionale. Le pazienti si erano rivolte all’ASL, che le aveva indirizzate alla dottoressa. Questo rapporto originario con l’ente pubblico ha mantenuto il legame tra l’attività della dottoressa e la sua funzione pubblica, nonostante la violazione delle regole interne sull’autorizzazione dello studio. Il possesso del denaro, quindi, era comunque avvenuto in ragione dell’ufficio. La condotta della dottoressa integrava pienamente il Peculato del pubblico ufficiale.

Le motivazioni della sentenza sul Peculato del pubblico ufficiale

La Corte ha respinto i primi quattro motivi di ricorso della dottoressa, confermando la sua responsabilità penale per peculato. Ha sottolineato che il possesso del denaro da parte della dottoressa non era un affidamento “intuitu personae” (cioè basato sulla fiducia personale e non sul rapporto con l’ente pubblico) e non era neppure una situazione “contra legem” (contraria alla legge) tale da escludere il nesso funzionale. Le visite erano state eseguite grazie a un titolo che trovava origine nel rapporto tra la dottoressa e l’ASL, che aveva indirizzato le pazienti. La violazione delle disposizioni organizzative relative allo studio non ha interrotto questo legame fondamentale. La dottoressa aveva la disponibilità giuridica e materiale delle somme incassate per ragioni d’ufficio, e se ne era appropriata. Non c’era stata alcuna condotta ingannevole verso l’ente per ottenere il denaro, ma solo l’appropriazione di quanto già posseduto per ragioni di servizio.

Le conclusioni della Cassazione sul Peculato del pubblico ufficiale

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della dottoressa per quanto riguarda la sua responsabilità penale e la configurabilità del reato di Peculato del pubblico ufficiale. Ha confermato la condanna. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso in relazione al quinto e al sesto motivo, che riguardavano il mancato riconoscimento di una circostanza attenuante (il risarcimento del danno) e la quantificazione della pena per continuazione. Per questi specifici punti, la sentenza è stata annullata con rinvio ad un’altra sezione della Corte d’Appello di Lecce, che dovrà riesaminare la questione della pena. La dottoressa è stata anche condannata a rifondere le spese legali sostenute dalla parte civile, l’ASL di Lecce.

Quando un medico dipendente pubblico può essere accusato di peculato?
Un medico dipendente pubblico può essere accusato di peculato se si appropria di denaro o beni di cui ha la disponibilità in ragione del suo ufficio, anche se viola le regole interne sull’esercizio della professione, come nel caso di attività libero-professionale.

Qual è la differenza tra peculato e truffa in casi simili?
Il peculato si configura quando il pubblico ufficiale ha già la disponibilità del denaro o del bene per via del suo ufficio e se ne appropria. La truffa, invece, si verifica quando il soggetto, con inganno, induce qualcuno in errore per ottenere il possesso del denaro o del bene.

L’esecuzione di prestazioni mediche in uno studio non autorizzato cambia la qualificazione del reato?
No, la Cassazione ha chiarito che anche se le prestazioni vengono eseguite in uno studio diverso da quello autorizzato, il nesso funzionale con l’ufficio pubblico rimane, purché le pazienti siano state indirizzate dalla struttura pubblica, configurando comunque il peculato.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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