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Inammissibilità dell’appello e furto: ricorso respinto

Il Tribunale condanna l’imputata per il reato di tentato furto aggravato, riconoscendo anche la recidiva specifica. La difesa presenta impugnazione, ma la Corte di Appello dichiara la formale inammissibilità dell’appello perché i motivi risultano del tutto generici e privi di un confronto reale con le prove emerse nel processo. L’imputata propone quindi ricorso per Cassazione, sostenendo che le censure fossero pertinenti o al massimo infondate, contestando l’arresto formale del giudizio. La Corte di Cassazione respinge integralmente la tesi difensiva e conferma il provvedimento dei giudici di secondo grado. L’atto di gravame non conteneva alcun riferimento critico e dettagliato agli elementi probatori. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 41767 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il caso concreto e l’inammissibilità dell’appello penale

La sentenza in esame analizza le conseguenze processuali derivanti dalla redazione di un atto di impugnazione privo dei requisiti minimi di specificità. Il Tribunale condanna l’imputata per tentato furto aggravato, con l’applicazione dell’aumento di pena per recidiva. La difesa decide di impugnare la sentenza di primo grado proponendo gravame dinanzi alla Corte territoriale. Il giudice dell’impugnazione dichiara tuttavia l’inammissibilità dell’appello. I motivi formulati nell’atto risultano infatti generici, astratti e totalmente svincolati dalle prove raccolte durante l’istruttoria dibattimentale. L’imputata decide di contestare tale esito davanti alla Corte di Cassazione, lamentando l’errata applicazione delle norme procedurali relative all’ammissibilità dell’impugnazione.

La distinzione tra genericità e infondatezza delle censure

Nel proprio ricorso di legittimità, l’imputata sostiene la piena pertinenza delle argomentazioni difensive presentate nel grado precedente. Secondo la prospettiva difensiva, le censure contestavano validamente sia l’accertamento della responsabilità penale sia la misura della sanzione inflitta. La difesa evidenzia che i giudici di secondo grado avrebbero dovuto esaminare il merito della vicenda oppure, nella peggiore delle ipotesi, respingere l’impugnazione dichiarandola manifestamente infondata. La pronuncia di rigetto nel merito produce effetti processuali profondamente diversi rispetto alla declaratoria di vizio formale. La censura dell’imputata si concentra quindi sulla violazione delle disposizioni del codice di rito che regolano la forma dell’atto di appello.

Il requisito di specificità e l’inammissibilità dell’appello

Il codice di procedura penale impone alle parti l’obbligo di formulare motivi precisi, determinati e strettamente collegati ai passaggi argomentativi della sentenza impugnata. Non basta manifestare un dissenso generico rispetto alla ricostruzione dei fatti operata dal primo giudice. La giurisprudenza consolidata richiede che l’atto indichi con esattezza gli elementi di prova trascurati o male interpretati. Quando l’atto difensivo si limita ad affermazioni apodittiche, senza offrire un riscontro fattuale desunto dagli atti di causa, l’impugnazione non supera la soglia di ammissibilità. La specificità intrinseca ed estrinseca rappresenta infatti un presidio indispensabile per garantire un corretto contraddittorio e circoscrivere il perimetro del secondo grado di giudizio.

Le motivazioni dei giudici sulla carenza argomentativa

La Corte di Cassazione conferma la piena correttezza della decisione della Corte di Appello. I giudici di legittimità richiamano il fondamentale orientamento delle Sezioni Unite, secondo cui l’appello difetta di specificità quando non argomenta in modo critico contro le motivazioni della sentenza impugnata. L’atto presentato dalla difesa non ha richiamato alcun elemento probatorio concreto a supporto delle lamentele sulla colpevolezza o sul calcolo della pena. Di fronte a deduzioni meramente assertive e prive di sostanza, l’inammissibilità dell’appello costituisce una conseguenza automatica e dovuta. Il ricorso per Cassazione ha riproposto le medesime censure vaghe, incorrendo nello stesso vizio formale.

Le conclusioni della Cassazione e le sanzioni per l’imputata

La Suprema Corte conclude il giudizio dichiarando inammissibile il ricorso promosso dall’imputata. La condanna per il delitto di tentato furto aggravato diventa definitiva a causa del mancato superamento del filtro processuale. Il rigetto definitivo comporta pesanti conseguenze economiche a carico della parte soccombente. L’ordinanza condanna l’imputata al pagamento integrale delle spese del procedimento di legittimità. Inoltre, la Corte dispone a carico della ricorrente il versamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, a causa della colpa evidente nella proposizione di un ricorso manifestamente inammissibile.

Quando un atto di appello penale viene considerato inammissibile per genericità?
L’atto è inammissibile quando non specifica in modo puntuale le critiche alla sentenza di primo grado e non collega i motivi a concrete prove del processo.

Quale differenza esiste tra motivo inammissibile e motivo manifestamente infondato?
Il motivo inammissibile non possiede i requisiti formali minimi per consentire un giudizio, mentre il motivo manifestamente infondato viene valutato nel merito ma risulta privo di qualsiasi fondamento logico o giuridico.

Cosa comporta la dichiarazione di inammissibilità del ricorso in Cassazione?
La decisione rende irrevocabile la condanna penale e comporta l’obbligo di pagare le spese processuali e una somma pecuniaria alla Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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