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Inammissibilità del ricorso: la Cassazione conferma

La Corte di Cassazione dichiara l’inammissibilità del ricorso presentato da un’imputata condannata per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Il ricorso è stato giudicato interamente reiterativo dei motivi già ampiamente e congruamente argomentati dalla Corte d’Appello. La decisione sottolinea che non è possibile riproporre in sede di legittimità una diversa valutazione dei fatti già esaminati nel merito. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 39287 Anno 2025
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Pubblicato il 29 dicembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Inammissibilità del Ricorso: Quando Ripetere gli Stessi Motivi in Cassazione è Inutile

L’ordinanza in esame offre un chiaro esempio di un principio fondamentale nel processo penale: l’inammissibilità del ricorso per Cassazione quando questo si limita a riproporre le stesse questioni già valutate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. In questo caso, la Suprema Corte ha confermato la condanna per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio, evidenziando l’inutilità di un appello che non introduce nuovi profili di violazione di legge.

Il Contesto del Caso Giudiziario

Una donna era stata condannata dalla Corte d’Appello per il reato previsto dall’art. 73, comma 5, del d.P.R. 309/1990, relativo alla detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. La difesa dell’imputata ha deciso di presentare ricorso per Cassazione avverso tale sentenza, cercando di ottenere un annullamento della condanna.

L’argomento centrale del ricorso si concentrava sulla presunta errata valutazione, da parte dei giudici di merito, della destinazione della sostanza stupefacente. La difesa sosteneva che gli elementi raccolti non fossero sufficienti a provare l’intento di spacciare, suggerendo interpretazioni alternative dei fatti.

L’inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza

Il cuore della decisione della Cassazione risiede nella valutazione del ricorso come meramente “reiterativo”. I giudici di legittimità hanno osservato che l’atto di impugnazione non faceva altro che ripresentare lo stesso motivo di doglianza già avanzato in appello. La Corte d’Appello, secondo la Cassazione, aveva già fornito una “ampia e congrua argomentazione” per respingere tale motivo.

Questo aspetto è cruciale: il giudizio di Cassazione non è un terzo grado di merito dove si possono rivalutare i fatti. Il suo compito è verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione della sentenza impugnata. Proporre una ricostruzione dei fatti alternativa a quella, motivata in modo logico e coerente, del giudice di merito, non è ammissibile in questa sede.

La valutazione degli indizi per la destinazione a spaccio

La Suprema Corte ha confermato che la Corte d’Appello aveva correttamente basato la sua decisione su una valutazione complessiva e non frammentaria di plurimi elementi. Tra questi figuravano:

  • Il dato quantitativo e qualitativo della sostanza.
  • Le specifiche modalità di custodia dello stupefacente.
  • Il comportamento tenuto dall’imputata.
  • Le circostanze generali del fatto.

Questa valutazione, definita “nient’affatto arbitraria, ma completa e congrua”, è stata ritenuta aderente alla consolidata giurisprudenza e, pertanto, non sindacabile in sede di legittimità.

Le Motivazioni della Decisione

La motivazione principale dietro la dichiarazione di inammissibilità del ricorso è la sua natura puramente ripetitiva. La Cassazione ha stabilito che la sentenza di secondo grado aveva già esaminato e confutato in modo specifico e adeguato le ragioni per cui la detenzione dello stupefacente era da considerarsi finalizzata allo spaccio. Il tentativo del ricorrente di offrire una diversa lettura degli elementi fattuali, senza denunciare vizi logici o violazioni di legge nella sentenza impugnata, si scontra con i limiti del giudizio di legittimità. La Corte non può sostituire la propria valutazione dei fatti a quella dei giudici di merito, se questa è sorretta da una motivazione coerente.

Le Conclusioni

In conclusione, la pronuncia ribadisce un principio consolidato: un ricorso per Cassazione, per essere ammissibile, deve sollevare questioni di diritto o vizi di motivazione specifici, e non può limitarsi a riproporre le stesse argomentazioni fattuali già respinte. La conseguenza diretta dell’inammissibilità è stata la condanna della ricorrente non solo al pagamento delle spese processuali, ma anche al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa sanzione serve a disincentivare la presentazione di ricorsi palesemente infondati o meramente dilatori, garantendo l’efficienza del sistema giudiziario.

Perché il ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché è stato ritenuto interamente reiterativo, ovvero si limitava a ripetere gli stessi motivi già presentati e respinti dalla Corte d’Appello, la quale aveva già fornito una motivazione ampia e congrua.

Quali sono le conseguenze economiche per chi presenta un ricorso inammissibile?
In seguito alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso, la ricorrente è stata condannata per legge al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.

Su quali elementi si è basata la Corte d’Appello per affermare che la droga era destinata allo spaccio?
La Corte d’Appello ha basato la sua decisione su una valutazione complessiva di plurimi elementi, tra cui il dato quantitativo e qualitativo dello stupefacente, le modalità della sua custodia, il comportamento dell’imputata e le circostanze del fatto.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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