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Fuga di notizie: Ufficiale condannato per segreti d’ufficio

Un Ufficiale dei Carabinieri è stato condannato in via definitiva per accesso abusivo a sistema informatico e per la successiva rivelazione di segreti d’ufficio. L’Ufficiale aveva chiesto a un suo sottoposto di inviargli gli screenshot di una trascrizione di intercettazioni riservate, per poi comunicarne il contenuto a un terzo soggetto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’imputato, confermando la sua colpevolezza. I giudici hanno ritenuto pienamente credibili le accuse del sottoposto, perché supportate da riscontri oggettivi come i contatti telefonici. La sentenza stabilisce che la richiesta e la successiva divulgazione di informazioni coperte da segreto investigativo integrano pienamente il reato di rivelazione di segreti d’ufficio.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 23017 Anno 2023
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Pubblicato il 15 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale

Ufficiale condannato: la rivelazione di segreti d’ufficio è reato

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un Ufficiale dei Carabinieri per i reati di accesso abusivo a un sistema informatico e rivelazione di segreti d’ufficio. Questo caso offre uno spunto importante per comprendere i confini della legalità e le responsabilità di chi ricopre cariche pubbliche. La vicenda dimostra come la divulgazione di informazioni riservate, ottenute tramite canali non ufficiali, costituisca una grave violazione della legge, con conseguenze penali significative.

I fatti: una “fuga di notizie” dall’interno

La vicenda ha origine da un’indagine interna. Un Appuntato dei Carabinieri, durante il suo lavoro, ha trascritto il contenuto di un’intercettazione telefonica rilevante per un’inchiesta della Procura. Un suo superiore, un Ufficiale, lo ha contattato e gli ha chiesto di inviargli il contenuto di quella conversazione. L’Appuntato ha quindi fotografato la trascrizione con il suo smartphone e ha inviato gli screenshot all’Ufficiale tramite un’applicazione di messaggistica. Successivamente, l’Ufficiale ha condiviso queste informazioni segrete con un terzo soggetto, estraneo alle forze dell’ordine ma in contatto con ambienti criminali. Questo passaggio di informazioni ha dato il via al procedimento penale.

La difesa dell’Ufficiale e le accuse al sottoposto

Di fronte alle accuse, l’Ufficiale ha tentato di difendersi sostenendo diverse tesi. In primo luogo, ha cercato di minare la credibilità del suo sottoposto, l’Appuntato che lo accusava. Ha affermato che le dichiarazioni dell’Appuntato non erano attendibili e che non esistevano prove concrete dei loro contatti. Inoltre, ha sostenuto di non essere consapevole che le informazioni ricevute fossero coperte da segreto investigativo. Secondo la sua versione, si trattava di un semplice scambio di notizie di routine, apparentemente banali, all’interno di un rapporto di collaborazione professionale.

Il ruolo della chiamata in correità e dei riscontri oggettivi

Il punto centrale del processo è stata la valutazione della cosiddetta “chiamata in correità”, ovvero le accuse mosse dall’Appuntato (considerato co-imputato) contro il suo superiore. La legge stabilisce che le dichiarazioni di un co-imputato devono essere valutate con grande cautela e, per essere considerate una prova valida, devono essere supportate da altri elementi esterni. In questo caso, i giudici hanno trovato questi elementi. Le analisi dei tabulati telefonici hanno confermato l’esistenza di contatti, tramite telefonate e SMS, tra l’Ufficiale e l’Appuntato proprio nei giorni in cui l’intercettazione è stata trascritta e inviata. Questi riscontri oggettivi hanno reso le accuse dell’Appuntato pienamente credibili.

Le motivazioni: perché la Cassazione ha confermato la condanna per rivelazione di segreti d’ufficio

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso dell’Ufficiale inammissibile, rendendo la condanna definitiva. I giudici supremi hanno spiegato che le sentenze dei tribunali precedenti erano logiche e ben motivate. Hanno stabilito che l’Ufficiale aveva sollecitato attivamente la trasmissione di un atto d’indagine coperto da segreto. La sua posizione gerarchica e la sua esperienza rendevano impossibile credere alla sua presunta inconsapevolezza. Il fatto che l’Appuntato, dopo l’invio, gli avesse scritto un messaggio di raccomandazione (“mi raccomando mosca”, un modo per dire “acqua in bocca”) è stato visto come un’ulteriore prova della piena coscienza di entrambi riguardo all’illiceità dell’azione. La rivelazione di segreti d’ufficio era quindi palese e intenzionale.

Le conclusioni: la condanna diventa definitiva

La sentenza si conclude con la condanna definitiva dell’Ufficiale al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende. Questo esito ribadisce un principio fondamentale: nessun pubblico ufficiale può utilizzare la propria posizione per ottenere e divulgare informazioni riservate al di fuori dei canali istituzionali. La tutela del segreto investigativo è un pilastro del corretto funzionamento della giustizia e la sua violazione costituisce un reato grave, indipendentemente dalle motivazioni personali o professionali che spingono ad agire.

Cosa si intende esattamente per segreto d’ufficio?
Il segreto d’ufficio riguarda tutte le notizie riservate che un pubblico ufficiale apprende esclusivamente a causa del suo lavoro e che non devono essere divulgate per proteggere l’interesse pubblico o le indagini in corso.

Un superiore può ordinare a un sottoposto di fornirgli informazioni coperte da segreto?
No, un superiore non può ordinare a un sottoposto di violare la legge. La richiesta di ottenere e trasmettere informazioni segrete al di fuori delle procedure autorizzate è illegittima e coinvolge entrambi nella responsabilità penale.

Le accuse di un complice sono sufficienti per una condanna?
No, da sole non sono sufficienti. La legge richiede che le dichiarazioni di un co-imputato (la cosiddetta chiamata in correità) siano confermate da altri elementi di prova esterni e oggettivi, come documenti, tabulati telefonici o altre testimonianze.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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