Fatto di Lieve Entità: Escluso per Spaccio Durante gli Arresti Domiciliari
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 34401/2024, ha affrontato un caso di detenzione di sostanze stupefacenti, fornendo importanti chiarimenti sui criteri per l’applicazione dell’ipotesi di fatto di lieve entità. La decisione sottolinea come la commissione del reato durante la detenzione domiciliare sia un elemento decisivo che può precludere il riconoscimento di questa fattispecie meno grave, evidenziando una notevole capacità criminale e un’indifferenza verso le misure restrittive.
I Fatti del Caso
Il caso riguarda due persone, un uomo e una donna, condannate in primo e secondo grado per detenzione ai fini di spaccio di cocaina. Durante un controllo presso l’abitazione dove l’uomo si trovava in regime di detenzione domiciliare, le forze dell’ordine hanno rinvenuto un significativo quantitativo di droga. Nello specifico, sono stati trovati 50 involucri di cocaina già pronti per la vendita (per un totale di circa 20 grammi), sostanza da taglio, due bilancini di precisione, materiale per il confezionamento e un’agenda con appunti manoscritti. La donna aveva tentato invano di occultare il materiale dietro un mobile della cucina.
Entrambi gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione, sostenendo, tra le altre cose, che la loro condotta dovesse essere ricondotta all’ipotesi attenuata del fatto di lieve entità prevista dall’art. 73, comma 5, del D.P.R. 309/1990.
La Decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha dichiarato entrambi i ricorsi inammissibili, confermando integralmente le decisioni dei giudici di merito. Gli Ermellini hanno ritenuto le censure proposte come tentativi di ottenere una nuova e non consentita valutazione dei fatti. La Corte ha invece confermato la correttezza del ragionamento seguito dalla Corte d’Appello, che aveva escluso la lieve entità del fatto basandosi su una serie di indicatori di particolare gravità.
Le Motivazioni: Perché il “fatto di lieve entità” è stato escluso?
La motivazione della sentenza si concentra su alcuni elementi chiave che, complessivamente considerati, delineano un quadro di significativa pericolosità e professionalità criminale, incompatibile con la nozione di “lieve entità”.
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Le Modalità dell’Azione: I giudici hanno valorizzato non solo il quantitativo, ma soprattutto le modalità di detenzione della sostanza. La cocaina era già suddivisa in 50 dosi, pronta per essere immessa sul mercato. La presenza di bilancini, materiale per il confezionamento e sostanza da taglio è stata interpretata come prova di un’attività di spaccio strutturata e non occasionale.
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La Commissione del Reato ai Domiciliari: L’elemento ritenuto più allarmante è stata la circostanza che l’attività illecita si svolgesse nell’abitazione dove uno degli imputati era ristretto agli arresti domiciliari. Questo, secondo la Corte, dimostra non solo una totale assenza di effetti dissuasivi della misura cautelare, ma anche una spiccata “familiarità con ambienti criminali” e la capacità di continuare a operare nel narcotraffico nonostante la restrizione della libertà personale.
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L’Elevata Purezza della Sostanza: Un altro dato rilevante è stato l’elevato grado di purezza della cocaina sequestrata (tra l’84% e il 92,6%), indicativo di una qualità della sostanza destinata a un mercato redditizio e non a un consumo marginale.
La Corte ha inoltre respinto le altre doglianze. La richiesta di concessione delle attenuanti generiche per l’uomo è stata negata alla luce della sua condotta post factum, ovvero la fuga durante la perquisizione e la successiva latitanza di tre mesi. Infine, la richiesta della donna di applicare la “continuazione” con altri reati già giudicati in via definitiva è stata dichiarata improponibile in sede di legittimità, potendo essere avanzata solo in fase esecutiva.
Conclusioni: Le Implicazioni Pratiche della Sentenza
Questa pronuncia della Cassazione ribadisce un principio fondamentale: la valutazione del fatto di lieve entità non può limitarsi al solo dato quantitativo della droga, ma deve essere un’analisi complessiva di tutti gli indici della condotta. La sentenza chiarisce che la commissione di un reato di droga mentre si è sottoposti a una misura come gli arresti domiciliari costituisce un indicatore di gravità quasi assorbente. Tale comportamento è sintomatico di una radicata capacità a delinquere e di un inserimento stabile nei circuiti del narcotraffico, elementi che rendono estremamente difficile, se non impossibile, qualificare il fatto come di “lieve entità”. La decisione serve quindi da monito, evidenziando come il disprezzo per le misure restrittive dell’autorità giudiziaria pesi in modo determinante sulla valutazione della gravità del reato.
Quando può essere escluso il “fatto di lieve entità” nello spaccio di droga?
Può essere escluso quando, da una valutazione complessiva, emergono indicatori di particolare gravità. Nel caso di specie, sono stati determinanti le modalità organizzate dell’azione (50 dosi già confezionate, bilancini), l’elevata purezza della sostanza e, soprattutto, la circostanza che il reato fosse commesso da un soggetto agli arresti domiciliari.
Commettere un reato durante gli arresti domiciliari ha un peso nella valutazione della gravità?
Sì, ha un peso decisivo. Secondo la Corte, questa circostanza è un indicatore allarmante che dimostra la totale inefficacia dissuasiva della misura restrittiva e denota una familiarità con ambienti criminali e una capacità di delinquere non compatibili con la lieve entità del fatto.
È possibile chiedere l’applicazione della “continuazione” tra reati direttamente in Cassazione?
No. La Corte ha stabilito che la richiesta di applicazione della continuazione tra un reato ancora in giudizio e un altro per cui è già intervenuta una condanna definitiva non può essere proposta davanti alla Corte di Cassazione, ma deve essere presentata in sede esecutiva, cioè dopo che anche la seconda sentenza è diventata definitiva.