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Fatto di lieve entità: No per 165g di cocaina e bilancini

Un uomo viene condannato per detenzione di 165 grammi di cocaina, bilancini e materiale per il confezionamento. In Cassazione, chiede di riconoscere il reato come ‘fatto di lieve entità’ e di concedergli l’attenuante della collaborazione. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile. I giudici sottolineano che la notevole quantità di droga e l’attrezzatura per lo spaccio sono incompatibili con un fatto di lieve entità. Inoltre, la collaborazione fornita è stata giudicata troppo scarsa per giustificare uno sconto di pena. L’imputato viene quindi condannato a pagare le spese processuali e una multa.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 17459 Anno 2023
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Pubblicato il 7 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Spaccio: quando la quantità di droga esclude il fatto di lieve entità

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha ribadito un principio fondamentale in materia di reati di droga. Non è possibile qualificare un episodio di spaccio come un fatto di lieve entità quando la quantità di sostanza è significativa e le modalità di detenzione indicano un’attività ben organizzata. Questo caso offre uno spunto chiaro per capire come i giudici valutano la gravità di un reato legato agli stupefacenti, distinguendo tra piccoli episodi e attività criminali strutturate.

I fatti all’origine della vicenda

La vicenda giudiziaria nasce dal ritrovamento, a carico di un uomo, di un considerevole quantitativo di droga. Le forze dell’ordine hanno sequestrato 165 grammi di cocaina. La sostanza non era in un unico blocco, ma era già parzialmente preparata per la vendita. Una parte era suddivisa in 25 involucri pronti per la cessione, mentre il resto era contenuto in altre due buste. Oltre alla droga, sono stati trovati anche bilancini di precisione con tracce di sostanza e altro materiale necessario per il confezionamento delle dosi. Questi elementi, nel loro insieme, dipingevano un quadro di attività non occasionale.

La difesa dell’imputato e la richiesta di derubricazione

L’imputato ha presentato ricorso in Cassazione basando la sua difesa su due punti principali. In primo luogo, ha chiesto che il suo reato venisse classificato come fatto di lieve entità. A sostegno di questa tesi, ha evidenziato la sua incensuratezza (l’assenza di precedenti penali), il breve periodo in cui si sarebbe svolta l’attività illecita e la sua collaborazione immediata con le autorità. In secondo luogo, ha richiesto l’applicazione dell’attenuante specifica per chi collabora con la giustizia, ritenendo di aver fornito informazioni utili alle indagini.

Perché non si tratta di un fatto di lieve entità

La Corte di Cassazione ha respinto con fermezza la tesi difensiva. I giudici hanno spiegato che la qualifica di fatto di lieve entità dipende da una valutazione complessiva di tutti gli elementi del caso. In questa vicenda, il ‘dato ponderale’, cioè la quantità di cocaina (165 grammi), era di per sé troppo elevato per essere considerato ‘lieve’. Inoltre, il ritrovamento di bilancini e di dosi già pronte dimostrava un’organizzazione finalizzata allo spaccio che va oltre l’episodio sporadico. Questi elementi, secondo la Corte, sono chiari indicatori di una professionalità criminale che impedisce di applicare la norma più favorevole.

Le motivazioni: un ricorso che riesamina i fatti è inammissibile

La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ovvero non meritevole di essere discusso nel merito. La ragione è tecnica ma fondamentale: la Cassazione non è un terzo processo dove si possono rivalutare i fatti. Il suo compito è solo verificare che la legge sia stata applicata correttamente. L’imputato, invece, chiedeva ai giudici supremi di dare un peso diverso agli elementi già esaminati dalla Corte d’Appello (la quantità, i bilancini, la sua collaborazione). I giudici di merito avevano già motivato in modo logico e completo perché non si trattava di un fatto di lieve entità e perché la collaborazione offerta era stata troppo scarsa per meritare uno sconto di pena. Il ricorso, quindi, si limitava a criticare una valutazione di fatto, compito che non spetta alla Cassazione.

Le conclusioni: condanna confermata e pagamento delle spese

L’esito finale è stato sfavorevole per l’imputato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso. Di conseguenza, la condanna decisa nei gradi precedenti è diventata definitiva. Oltre a ciò, l’uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali del giudizio di Cassazione e al versamento di una somma di 3.000 euro alla Cassa delle ammende. La sentenza conferma che per ottenere benefici come la lieve entità o le attenuanti, non basta una generica collaborazione, ma servono elementi oggettivi che dimostrino la ridotta gravità del reato.

Cosa significa ‘fatto di lieve entità’ per i reati di droga?
È un reato di droga considerato meno grave, punito con pene più lievi. La valutazione dipende da vari fattori, come la quantità e qualità della sostanza, i mezzi usati e le modalità dell’azione.

Una grande quantità di droga può essere considerata di lieve entità?
Generalmente no. Come stabilito in questa sentenza, una quantità significativa di droga, unita a strumenti per il confezionamento come bilancini, indica un’attività organizzata che è incompatibile con la lieve entità.

Collaborare con la giustizia garantisce sempre uno sconto di pena?
No, non è automatico. La collaborazione deve essere rilevante e fornire un contributo concreto alle indagini. Se le informazioni fornite sono scarse o inutili, come in questo caso, i giudici possono decidere di non concedere l’attenuante.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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